Una storia semplice, come scriveva Sciascia. Quella di Antonio Velardo, imprenditore italoamericano, oggi poco più che quarantenne, si riassume in una storia sin troppo semplice, dopo tante peripezie. Avventure e disavventure. Successi, guai giudiziari. Accuse e assoluzioni. Nelle sue pieghe si annida quel virus tutto italiano – e forse ancor più calabrese – che unisce lo strapotere giudiziario a una diffusa cultura del sospetto. Ma raccontiamo questa storia con ordine.
Velardo, originario di Pompei – dove il padre ha una ditta edile – studia ingegneria in Inghilterra, si laurea a pieni voti. Dopo l’università vuole conquistare altre vette: quelle del cielo. E decide di prendere il brevetto di volo come pilota, negli Stati Uniti. Riesce anche lì. Si rende conto di quanto stia costando alla famiglia e vuole rendersi indipendente. Dopo lo choc dell’11 settembre però, per i piloti che vengono da fuori America, la strada si è fatta in salita. Ottiene la doppia cittadinanza ma non basta. Velardo parla bene le lingue: oltre all’italiano, l’inglese e lo spagnolo. Punta su altri settori. Sa di essere un abile venditore. Entra così nel business del real estate vacanziero, le proprietà immobiliari da vendere come seconda abitazione ai facoltosi inglesi e americani che vogliono conquistare un posto al Sole, prima alle Canarie e poi nel Mediterraneo. Empatia, ascolto e sense of business ne fanno in breve l’interlocutore preferito di decine di clienti. Poi, centinaia. Il denaro arriva, cresce l’ambizione. Bisogna smetterla di far arricchire altri intermediari, di portare acqua al mulino delle grandi agenzie. Velardo vuole mettersi in proprio. Insieme con il socio Henry Fitzsimons, irlandese, vola di fiera in fiera, di congresso in congresso, studia lo scenario delle case-vacanza. Vede che c’è una bellissima regione italiana dove un turismo internazionale di livello ancora manca, mentre il mare, le spiagge, i paesaggi sono tra i più belli al mondo. La Calabria. È l’uovo di Colombo, pensa. Non ci ha ancora provato nessuno, pensa. E insieme con il socio vanno per la prima volta a esplorare quell’angolo remoto (chissà perché) e ignorato (chissà perché) d’Europa. Quella punta di stivale da cui sembra calciato via il resto del mondo.
Mal gliene incolse, come stiamo per scoprire. I due soci, pratici del mondo anglosassone e di mercati americani, sperimentano gioie e dolori del Belpaese. Belli, i tramonti. Buona, la pizza. Ma la giungla normativa, le tasse e i balzelli pesano, e parecchio. E poi c’è la diffidenza della gente, delle autorità locali. La subcultura dell’eterno sospetto, la mentalità spesso chiusa della Calabria profonda. I due non si scoraggiano. L’obiettivo, aperta una Srl, è quello di costruire un residence sul mare con appartamenti di pregio e piscine, dove far arrivare una selezionata clientela internazionale. Inglesi e americani che avrebbero portato un turismo d’élite, pensate un po’, nel cuore della Calabria. Si affidano a uno studio legale e ai consulenti che trovano in zona. Siamo nel reggino. E tra tanti professionisti, tra qualche incoraggiamento, dopo le prime adesioni, incappano in qualche furbacchione e anche – com’è statisticamente facile – in qualcuno che sconfina nella criminalità organizzata. Comprano un terreno edificabile da un proprietario che poi scopriranno non essere uno stinco di santo. Un affiliato di una ‘ndrina locale, un ‘punciuto’. Storie di profondo Sud, dove non si distingue facilmente tra bene e male. Dove banche complici e opacità a tutti i livelli colgono i nostri impreparati. I lavori intanto sono iniziati e con quelli le richieste di denaro, sul posto, si moltiplicano. Nasce un tira e molla. Velardo e Fitzsimons capiscono di essere finiti in un covo di serpenti. Hanno inaugurato la loro struttura, Jewel of the Sea, un resort che rispetta gli standard di qualità cui puntavano. Ma il contesto è ostile. E la Ndrangheta, come uno squalo che fiuta la preda a distanza, inzia le sue danze. Arrivano prime richieste di denaro, offerte di “protezione”. E’ allora che Velardo decide di mettere tutto il capitale che ha al sicuro, in Svizzera. E dopo aver detto addio alla Calabria, e forse anche a un’Italia di cui faticano a capire le storture, ecco che li raggiunge una cartolina da Reggio Calabria. Arriva Nicola Gratteri con tutta la cavalleria. La Procura della Repubblica indaga Velardo che si trova negli Stati Uniti. In men che non si dica, viene spiccato un mandato di arresto nei suoi confronti. Il socio, Henry Fitzsimons, era a Capo Verde per dove lavorare a un altro resort. Prende un aereo per il Senegal e quando atterra a Dakar viene raggiunto dalla rogatoria e arrestato. Ha quasi 70 anni, ma poco importa: viene portato in un carcere senegalese e messo in cella con altre quaranta persone. La lotta quotidiana diventa per la sopravvivenza: si deve imporre sui detenuti più giovani per poter andare al bagno.
Era il 2011 quando due procure antimafia – quella di Reggio Calabria e quella di Catanzaro – lo avevano messo sotto intercettazione “perché sospettato di muovere capitali riconducibili alla ‘ndrangheta e all’IRA”, sintetizzano un po’ con l’accetta i giornalisti che ne scrivono. Gioverà riportare qui, senza indugi, che da tutte le accuse mossegli Velardo è poi risultato estraneo. Parliamo di tempi lunghi, comunque. Perché non si dice mai abbastanza quanto l’attesa sia, essa stessa, una pena accessoria. Devastante, talvolta. Dilaniante, sempre. Ma torniamo ai mandati di arresto internazionale: siamo nel 2014 e Velardo, dicevamo, si trova a Miami. Fa in tempo a telefonare a un avvocato per provare a capacitarsi di quello che sta succedendo. Interpol. Rogatoria. Arresto. Vocaboli fino ad allora sentiti solo nei film, per il giovane imprenditore. Che cade in un incubo senza capo né coda. Sotto choc, agisce d’impulso: lascia gli Stati Uniti salendo su un catamarano che prende il largo nella notte. Arriva dopo una navigazione senza mèta nel Belize, il piccolo stato centroamericano incastonato tra la provincia messicana di Cancùn e l’Honduras. Dove Velardo non conosce nessuno. “Sei un latitante”, gli fanno sapere dall’Italia. Lui che le mafie calabresi le aveva contrastate e combattute, si ritrova nel plot di un brutto remake del Padrino. Ricercato dall’Antimafia per essersi opposto al pizzo. E’ un mondo alla rovescia, quello in cui si ritrova Antonio. E lui che è stato sempre lineare, naviga seguendo l’Equatore. In Belize rimane una settimana. Dal Belize va nelle Bahamas. Poi nella Repubblica Domenicana. Guadagna tempo prezioso affinché i suoi legali possano contattare le autorità che indagano e iniziare a produrre le evidenze di una innocenza alla quale s’addossa l’onere della prova. Si muove per lui, in Italia, l’avvocato Aldo Labate, del foro di Reggio Calabria. Fa presente che non esistono indizi di colpevolezza: la Cassazione invia gli atti al Tribunale del Riesame che deve aver strabuzzato gli occhi, a leggere la vicenda. E ha revocato la misura cautelare. Revoca confermata dal Tribunale di Vibo Valentia. Velardo è libero e può difendersi: perché il paradosso delle nostre leggi è che garantiscono un diritto di difesa a metà, quando l’imputato va arrestato all’estero e non è messo nella condizione materiale di ricostruire i fatti e prendere in mano i documenti necessari a scagionarsi. Il processo in primo grado assolve Velardo per non aver commesso il fatto. La Procura rinuncia ad appellarsi. La vicenda giudiziaria si conclude così, come spesso accade: senza neanche tante scuse. Ci siamo sbagliati, lei è innocente. Arrivederci. Peccato che quei fatti rimangano lì come una ferita che non si rimargina. Nella vita professionale incidono, eccome. La comunità del business a stelle e strisce prende le distanze: che ne sanno, loro, di quante migliaia siano ogni anno le vittime di errori giudiziari in Italia? Le valutano, nei circoli che contano a New York, a Miami, a Los Angeles le statistiche che riportano il numero abnorme di archiviazioni e assoluzioni per le inchieste dell’Antimafia calabrese? Certo che no. La parola “criminal record” chiude già di per sé tutte le porte. E non parliamo della reputazione: i giornali online si scimmiottano. Copiano e incollano gli articoli l’uno dall’altro. Cercano di vendere sbandierando il mostro, poi dimenticano di aggiornare la notizia con la sua assoluzione. E quel mostro fa paura anche in Italia: esula troppo dagli schemi. Pretende di muoversi a passi svelti nel campo minato dell’edilizia calabrese, muove le mani senza paura per i fili che legano quel territorio. Non paga il pizzo. Non blandisce la politica. Non conosce nessun magistrato. Chi crede di essere? O meglio, chi è? E’ un uomo d’affari business che parla l’inglese meglio dell’italiano. Non ha santi in paradiso, eppure ha un discreto fatturato. Vende, sì. Sa vendere. Ma qualcosa dietro deve esserci. “A pensare male si fa peccato ma spesso ci si indovina”, la massima andreottiana a certe latitudini vige come legge. E quando escono i leaks sul Credit Suisse, ecco che affiorano i suoi conti correnti: quelli nei quali ha provato a proteggere il capitale, legittimo, minacciato dai ricatti ndranghetisti. Ecco che ritorna la berlina. Riecco che Velardo torna carne da macello. “Riciclaggio di denaro”, dicono. E Google fa da cassa di risonanza. Il tam tam si ingigantisce. Nasce nel febbraio di quest’anno da una fonte anonima che fa avere a un consorzio di giornalisti una lunga lista di conti correnti sospetti. E in quelle liste c’è anche lui, il giovane Velardo. Eccolo, il gioco delle ombre che provano a prendere forma. Riciclaggio. Lui prova il contrario: capitale messo al riparo, risparmi salvaguardati. Derivanti da un lavoro più che pulito: meritorio. Alla luce del sole, in tutti i sensi: guadagni ricavati dall’attrazione di turismo e investimenti stranieri in Italia. Frutto di compravendite immobiliari registrate e di transizioni tracciate. Ce ne fossero, verrebbe da dire. Perché alla fine della fiera Velardo è un abile venditore con l’unica colpa di aver depositato il suo denaro in un conto corrente – come si nota, accessibile – in quella Svizzera che già dal marzo 2009 aveva abrogato il segreto bancario e permette alle autorità giudiziarie (e fiscali) italiane ed internazionali di guardarci dentro. Antonio Velardo non aspetta neanche il consiglio dei suoi avvocati: prende i suoi rendiconti e li spedisce, in allegato mail, a tutti gli indirizzi dei giornalisti che trova. “Vi prego di esaminare i miei movimenti bancari e di dirmi dove sarebbe il riciclaggio”, scrive loro. Naturalmente non otterrà risposte, ma epiteti. Accuse infamanti, con un danno reputazionale gratuito e incalcolabile. Che si protrae nel tempo, trascinandolo in un gorgo in cui gli schizzi di fango sembrano mossi ad arte, da un ventilatore piazzato non a caso. Lui si prende la briga di contattare le redazioni, una a una. Alcune leggono le carte e hanno la bontà di rimuovere i contenuti diffamatori, altri no. Le accuse fanno vendere. Come scriveva Leonardo Sciascia in Una storia semplice, quel che è sotto gli occhi di tutti è quello che si vuole far vedere. Ma non è detto che sia la realtà. Talvolta i “cattivi” sono buoni, e i “buoni” i veri cattivi.

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.