Aveva 55 anni, era immobilizzata dalla sclerosi multipla e dipendeva da altri per ogni gesto. Anche per l’ultimo. Anche per quello che dovrebbe essere il più personale di tutti. A Firenze, dopo due anni di attesa, è riuscita ad accedere al suicidio assistito. Non per una svolta politica, ma per una soluzione tecnica. Un dispositivo controllato dai movimenti oculari le ha permesso di compiere da sola l’atto finale.

È la prima volta in Italia.

Il percorso è stato seguito dall’Associazione Luca Coscioni, che da anni accompagna casi simili in un vuoto normativo che non è più emergenziale, ma strutturale. Nel 2019, con la sentenza sul caso Marco Cappato, la Corte Costituzionale ha stabilito che, in determinate condizioni, aiutare una persona a morire non è reato. Ma tra il principio e la sua applicazione si è aperto uno spazio che la politica non ha mai davvero colmato. Quel vuoto oggi viene gestito caso per caso. Tribunale per tribunale. Commissione sanitaria per commissione sanitaria. Tempo per tempo.

E il tempo, in queste storie, non è neutrale. Libera, nome di fantasia, ha aspettato due anni. Prima di morire ha lasciato un messaggio semplice: nessuno dovrebbe essere costretto ad aspettare così a lungo per esercitare un diritto che gli è già riconosciuto.

Nel frattempo, qualcosa si è mosso a livello regionale. La Toscana ha provato a tradurre in procedura ciò che la Consulta aveva già indicato come principio. Ma resta un intervento parziale, che non può sostituire una legge nazionale. E così, ancora una volta, sono i giudici a decidere, i medici a interpretare, le famiglie a sostenere. La politica osserva. Rimanda. Evita.

Questa volta, però, c’è un elemento in più. Non è solo una storia giuridica. È anche una storia tecnologica. Il sistema utilizzato da Libera è basato su tecnologie di eye-tracking: sensori che rilevano i movimenti oculari e li traducono in comandi digitali.

Sono dispositivi già usati da anni per permettere a persone completamente paralizzate di comunicare, scrivere, navigare. In questo caso, però, fanno un passo ulteriore: trasformano uno sguardo in un’azione irreversibile.

Il punto non è tecnico, ma politico: la tecnologia, qui, non apre un dibattito nuovo. Chiude un vuoto. Permette di esercitare concretamente un diritto che esiste già, ma che senza strumenti adeguati resterebbe teorico. È una forma minima ma radicale di autonomia: non chiedere a qualcun altro di compiere l’atto finale, ma poterlo fare da soli, anche quando il corpo non risponde più. Il rischio, ora, è che anche questo venga assorbito nel solito schema italiano: casi eccezionali, soluzioni creative, assenza di regole generali. Ma non è più un’eccezione: è un precedente.

E i precedenti, quando riguardano diritti fondamentali, non possono restare isolati. Una legge nazionale non serve a “decidere se” questo sia giusto o sbagliato: quel passaggio, nei fatti, è già stato compiuto. Serve a stabilire come, quando e in quali condizioni questo diritto può essere esercitato, senza costringere le persone ad attraversare anni di attesa, ricorsi e incertezza.

Perché la differenza, alla fine, non è tra vivere e morire. È tra decidere e aspettare.

Avatar photo

Ho scritto “Opus Gay", un saggio inchiesta su omofobia e morale sessuale cattolica, ho fondato GnamGlam, progetto sull'agroalimentare. Sono tutrice volontaria di minori stranieri non accompagnati e mi interesso da sempre di diritti, immigrazione, ambiente e territorio. Lavoro al The Watcher Post.