Ventisei indagati. Un numero che colpisce, che fa titolo, che riempie aperture e talk. Poi, però, scorrendo le carte e osservando il ritmo delle informazioni che emergono, affiora una sensazione diversa: quella di un impianto ancora fluido, ipotesi larghe, accuse che dovranno essere verificate una per una. Il decreto di perquisizione e sequestro parla di un presunto sistema di relazioni e favori negli appalti pubblici, con ipotesi di corruzione e turbativa . Ma tra il racconto investigativo e la prova giudiziaria il passo è lungo.

Il copione, in fondo, è noto: numeri roboanti all’inizio, poi una lunga fase di rarefazione. Un’esposizione mediatica intensa nelle prime ore, seguita da un silenzio che spesso accompagna l’approfondimento reale delle indagini. È in questo spazio che si misura la distanza tra l’ipotesi e il fatto. Dentro questo scenario si inserisce il caso più delicato, quello che trasforma l’inchiesta in un fatto politico: il nome di Giorgio Mulè. Evocato, rilanciato, accostato. Ma non indagato. Non compare negli atti ufficiali, non è destinatario di misure, non figura nel decreto.

Eppure il suo nome circola, come se fosse parte integrante dell’indagine. Un classico ballon d’essai? Un nome lanciato per vedere l’effetto che fa, per testare la reazione dell’opinione pubblica, per allargare il perimetro del racconto prima ancora di quello giudiziario. Se così fosse, il problema non sarebbe solo mediatico. Sarebbe istituzionale. Perché la diffusione di elementi coperti da segreto, o comunque non formalizzati negli atti, rischia di trasformarsi in una condanna anticipata.

Il punto è tutto qui: la distanza tra ciò che si può dimostrare e ciò che si lascia intendere. In mezzo, reputazioni esposte, carriere politiche messe sotto pressione, opinione pubblica orientata da suggestioni più che da fatti. Nessuna conclusione affrettata, dunque. Ma una cautela necessaria: tra l’ipotesi investigativa e la responsabilità penale c’è un processo. E tra il nome che circola e la verità dei fatti dovrebbe esserci, sempre, il rispetto delle garanzie.

Torna su questi temi, ieri, anche il ministro della Difesa, Guido Crosetto: «Avere un giudice (e un pm) che agiscano con terzietà ed imparzialità nello svolgimento del proprio lavoro non è una pretesa assurda ma un diritto costituzionale di ogni cittadino: siamo e dovremmo essere uguali di fronte alla Legge – scrive su X -. Lo siamo? Non mi pare, da ciò che abbiamo visto negli ultimi decenni. Il pm ad esempio ha il dovere di svolgere un’indagine cercando elementi contro ed a favore della persona indagata e se un magistrato svolge il suo lavoro o usa i propri poteri con pregiudizio e parzialità, distrugge il presupposto costituzionale su cui si fondano gli enormi poteri che consentono alla magistratura di sospendere momentaneamente anche alcuni diritti costituzionali individuali. Un magistrato che auspica la morte dei colleghi che hanno liberamente votato sì o che attacca o irride un presidente del Consiglio in carica (che può chiamarsi Meloni o Renzi o Draghi o Gentiloni o Conte) nell’aula di un tribunale e cioè nel luogo dove dovrebbe esistere solo la giustizia, quella senza colori, senza pregiudizi, sopra ogni parte, come può essere considerato terzo, come può offrire garanzie di essere super partes? E la sua azione a che principi si ispirerà? La contrapposizione politica?»

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.