Il titolo della società farmaceutica Regeneron era in rialzo di quasi il 5% nelle pre-contrattazioni di Wall Street, mentre scrivevamo queste note. Facile, con un testimonial così: l’azienda infatti produce il cocktail di anticorpi che hanno rimesso in sesto Donald Trump a tempo di record dopo che ha contratto il Covid-19. Il presidente ha detto che garantirà a tutti i contagiati del Paese lo stesso trattamento. Affermazione piuttosto azzardata. Ha anche detto che comunque autorizzerà il suo uso in casi di emergenza. Cosa un po’ più plausibile. Infatti la borsa gli ha creduto. Per il resto, non è che gli investitori diano molto credito a Trump. Nel senso che i mercati «stanno prezzando con sempre maggior convinzione una vittoria di Joe Biden alle presidenziali di novembre», per dirla con gli strategist della banca Mizuho. Forse la prezzano anche troppo, avverte lo stesso istituto giapponese: perché anche se Biden vince, non è certo detto che abbia poi la maggioranza al Senato e che possa quindi far passare senza problemi i provvedimenti di sostegno all’economia che qualcuno dà già per scontati.

Una vittoria di Biden con un Congresso diviso è lo scenario più verosimile secondo l’economista di Intesa Sanpaolo Giovanna Mossetti: 45% di probabilità. Questa previsione centrale è seguita da quella di una vittoria di Trump con Congresso diviso (20%). È invece considerato quasi da escludere, per la maggior banca italiana, lo scenario di una “republican sweep” ovvero di un successo a valanga del presidente in carica e del suo partito. I pronostici è giusto farli: sono il punto di partenza necessario per attrezzarsi in vista delle possibili conseguenze di un evento. Ma in realtà quel che domina in questo momento sui mercati finanziari è l’incertezza, riguardo alle elezioni Usa. Un’incertezza «potenzialmente prolungata», determinata anche da «timori di ricorsi per elezione contestata e possibili scenari apocalittici sullo stato di salute del Presidente», si legge nel report della Mossetti. L’incertezza è collegata a fattori strutturali, come l’aumento della polarizzazione politica. E poi ci sono i fattori contingenti che riguardano la pandemia.

A registrare questo “sentiment” è l’indice Vix della volatilità di mercato, che mostra come «mano a mano che ci avviciniamo alle elezioni le previsioni degli operatori per una crescita della volatilità aumentano, con un apice in prossimità del 3 novembre», nota Roberto Rossignoli, portfolio manager di Moneyfarm. Il rischio scema poi nelle settimane successive, secondo i grafici. Nelle ultime sedute, intanto, le borse americane hanno fluttuato rincorrendo prese di posizione contrastanti da parte dei maggiori esponenti politici sulle misure addizionali di stimolo fiscale destinate a ridurre il cosiddetto “fiscal cliff”, ovvero il vuoto creatosi con l’esaurirsi delle misure precedenti. La mossa è considerata necessaria ed è da troppo tempo rinviata. Commenti incrociati del presidente Trump e della speaker della House of Representatives Nancy Pelosi hanno fatto pensare che almeno alcuni dei provvedimenti attesi possano essere in arrivo nelle prossime settimane. «Un accordo in materia alla fine sarà raggiunto», hanno scritto ai loro clienti gli strategist di Ubs Global Wealth Management. I quali comunque nel breve termine si aspettano solo una cosa: volatilità.

I rischi provocati dalle difficoltà di raggiungere compromessi politici bipartisan sulla politica fiscale si sommano ai timori che una seconda ondata del coronavirus possa minare inesorabilmente la ripresa dell’economia. I programmi elettorali dei due candidati «hanno in comune un impatto espansivo sul deficit del prossimo decennio», nota Giovanna Mossetti. C’è però una netta divergenza nelle politiche: quella di Trump tende a lesinare sulla spesa pubblica – al di là degli interventi di supporto più ovvi – e a diminuire le tasse. Quella di Biden punta esattamente al contrario: più entrate fiscali e spesa più ingente. Detta così, dovrebbe piacere di meno a chi investe sui mercati finanziari. Ma non è quel sta succedendo. Probabilmente perché l’idea ridistribuiva del leader democratico, che attraverso interventi sia sulle imposte che sulla spesa punta a favorire le classi a minor reddito «in termini di effetti previsti sulla crescita più che compenserebbe l’incremento delle imposte su redditi alti e aziende attraverso lo stimolo alle fasce più basse e l’aumento della spesa per infrastrutture nel primo biennio del mandato», come ritiene Intesa Sanpaolo.

Secondo altri analisti, tra cui quelli di Goldman Sachs, la cura Biden assicurerebbe sì una maggior crescita economica, ma con la conseguenza di riportare nell’economia un po’ di inflazione e di indurre così la Federal Reserve ad aumentare i tassi d’interesse non in tempi lontanissimi nel futuro – come la banca centrale americana ha finora lasciato intendere – ma già nel 2023. Aspettative di questo tipo potrebbero creare tensioni ribassiste sui mercati finanziari nel breve termine: le borse, infatti, se lo scenario diventasse realtà, non si avvantaggerebbero più della caduta dei tassi reali che nei mesi scorsi ha influito sul rapporto tra utili e rendimenti creando multipli stellari e alimentando così il rally visto durante l’estate. A subire sarebbero soprattutto i titoli delle aziende tecnologiche e dagli obbiettivi di crescita più aggressivi. Sul medio termine, nello scenario di una vittoria di Joe Biden così netta da consentirgli il controllo del Congresso e quindi la massimizzazione degli obiettivi del suo programma, potrebbe avvenire una vera e propria rotazione.

Che nella nostra Piazza Affari avvantaggerebbe probabilmente i titoli delle aziende a media capitalizzazione con poco debito e alta redditività. Secondo la società di gestione del risparmio Acome, le “multinazionali tascabili” italiane saranno beneficiate anche del rimpatrio della produzione dai Paesi in via di sviluppo: «Un megatrend dei prossimi anni che riporterebbe dentro i confini fasi di produzione nevralgiche della catena del valore».