Ne riparleremo a febbraio del prossimo anno, tra il Festival di Sanremo e le Olimpiadi invernali di MilanoCortina. Ci sarà chi fingerà di indignarsi e chi non farà più nemmeno questo sforzo. Come in questi giorni. La nuova edizione del “decreto Milleproroghe” è stata approvata dal Consiglio dei ministri come una prassi costitutiva della nostra Repubblica, prima, seconda o terza che sia. Si proroga, si rinvia, si rilancia la palla. E tra sessanta giorni tutto diventerà legge dello Stato, con la scontata conversione di un rosario di proroghe che nulla hanno a che vedere l’una con l’altra, se non il fatto di essere oggetto di un rinvio. Dai Lep (Livelli essenziali delle prestazioni) agli importi delle multe, dalle polizze catastrofali ai bonus giovani, l’incentivo per le assunzioni stabili di under 35 che non sono mai stati occupati con contratto a tempo indeterminato, o al bonus donne, che interessa le lavoratrici che siano prive di un impiego regolarmente retribuito da almeno 24 mesi, con alcune caratteristiche di fragilità. E via elencando.

Governi forte (come quello Meloni) o governicchi: non cambia niente

I governi italiani da più di vent’anni risolvono così le incertezze, gli inadempimenti, i ritardi della burocrazia e della politica, accentuando una storica asimmetria tra Stato e cittadini. Quello, quando non rispetta gli impegni e le scadenze, proroga; questi (cioè noi) quando siamo in ritardo dobbiamo pagare sanzioni, multe e ammende aggiuntive. Che si tratti di governi con forte base parlamentare, come quello in carica da tre anni guidato da Giorgia Meloni, o che siano “governicchi” (senza offesa) in grado di campare alla giornata, dal 2001 buttano la palla in tribuna, fermano gli orologi, decidono un time-out a piacimento sulle materie che preferiscono.

Riparare con un Milleproroghe

Da quel lontano 2001, i governi di ogni forma e colore emettono un provvedimento – un decreto legge – con il quale “prorogano” alcune leggi in scadenza o rinviano l’entrata in vigore di alcune norme già approvate e previste. Di per sé un discreto fallimento dell’attività politico-istituzionale. È un potere che i cittadini non hanno: se non rispettano le scadenze vanno in mora. Le istituzioni no. Non pagano dazio, anche se non sono riuscite a fare quanto si erano ripromesse. All’amministrazione pubblica è consentito di fare (o non fare) anche in deroga alle leggi. Basta riparare con un “Milleproroghe”. Ai cittadini manca questa prerogativa, che invece viene esercitata (contro la norma costituzionale) dai governi e dai Parlamenti.

Vilipendio alla Costituzione

È una brutta abitudine, quasi un vilipendio – se così si potesse dire – della Carta costituzionale, che limita ai casi di necessità e urgenza la possibilità di ricorrere al decreto legge. Necessità e urgenza impongono anche una coerenza tematica, che per definizione il “Milleproroghe” non rispetta, essendo un “omnibus”. Scandaloso? Sì, se ci fosse ancora una sensibilità istituzionale. A nulla sono valsi anche i ripetuti richiami (e in verità inefficaci) del Colle.

La lettera di Napolitano a Berlusconi

Nel febbraio del 2011 Giorgio Napolitano prese carta e penna per scrivere una intemerata all’allora presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Nella lettera inviata all’esecutivo, l’allora Presidente lanciò un avvertimento al governo: un altro caso come questo e il Quirinale si avvarrà «della facoltà di rinvio» del provvedimento. Non accadde nulla allora, né dopo. Lettera morta. In sostanza, fu più un atto politico che un intervento istituzionale, visto che rimase privo di effetti. Napolitano rimarcò, con buone ragioni, “vizi di incostituzionalità” per “l’ampiezza ed eterogeneità delle modifiche fin qui apportate nel corso del procedimento di conversione al testo originario del decreto legge cosiddetto Milleproroghe”. Nel decreto, allora come sempre, si era infilato di tutto.

Rieccoci con Milleproroghe

E quest’anno rieccoci al nuovo “Milleproroghe”. Nessuna colpa specifica al governo Meloni, ovviamente. Se non l’adesione a un costume – malcostume – condiviso da oltre vent’anni, con tutti i governi che si sono succeduti con maggioranze diverse e di ogni colore. Il decreto “Milleproroghe” si è da sempre rivelato il veicolo istituzionale ideale per aggiustare quanto non si è riusciti a inserire in Legge di Bilancio. Resta un po’ di amarezza e di smarrimento quando poi si leggono dichiarazioni di intenti, come quelle di un ministro in carica, che di fronte alle attese revisioni del Green Deal europeo si lascia scappare: “È il tempo delle decisioni radicali, non ci accontenteremo di misure tampone, non ci accontenteremo di rinvii a ulteriori decisioni. Il tempo delle decisioni è questo”. In Europa. E in Italia?