Non è stato Cristoforo Colombo a scoprire l’America; piuttosto, è stata l’America a salvare Colombo da un disastro. Nei suoi calcoli per “Buscar el Levante por el Poniente”, Colombo pensava che il Giappone fosse a 4.750 km dalle Canarie, un errore del 330%. Senza l’America nel mezzo, la traversata sarebbe durata 120 giorni, ben oltre le scorte di viveri. Chi lo definiva un folle aveva ragione. L’Asia si poteva raggiungere anche così, ma con un viaggio troppo lungo per l’epoca.

Perché l’America ha salvato Colombo

Proviamo a immaginare la storia senza l’America: dopo due mesi di navigazione senza avvistare terra, Colombo sarebbe stato probabilmente assassinato in un ammutinamento. Nelle scuole, il nome di Colombo sarebbe stato un eterno monito a fare bene i calcoli. Forse oggi avremmo più laureati Stem grazie a questa triste storia. E invece, l’America ha salvato Colombo. Grandissimo Esploratore! Ci insegnano che per fare carriera bisogna studiare, studiare, studiare. Ma spesso è una “botta di fortuna” a fare la differenza. Prendiamo John Pemberton, il farmacista che voleva creare una cura per il mal di testa. Miscelando per errore uno sciroppo di foglie di coca e noci di cola con acqua gassata, inventò la Coca Cola. Spencer Silver, chimico della 3M, cercava un adesivo super forte, ma sviluppò un collante debole, inutile per anni, finché un collega non lo usò per segnare le pagine: nacquero i Post-it. O Perry Spencer, che scoprì il forno a microonde perché una barretta di cioccolato si sciolse in tasca mentre lavorava con i radar. Eureka! Avrebbe detto qualcuno.

La fortuna conta più del talento

Ma dov’è il talento in tutto questo? Quale fu il talento di Colombo? Sbagliare i calcoli? Diciamocelo: spesso è solo una questione di “botta di culo”. Angela Duckworth non sarebbe d’accordo. Lei parla di “grit”, una miscela di passione e perseveranza. Secondo lei, per raggiungere il successo bisogna fissare un obiettivo a lungo termine e non mollare. E quanto impegno serve? Almeno 10.000 ore, secondo Malcolm Gladwell, che nel suo libro “Outliers” sostiene che la maestria richiede 10.000 ore di pratica (non poche: se consideriamo 8 ore al giorno, per 200 giorni all’anno, sono circa 6 anni di impegno assoluto). Il saggista libanese Nassim Taleb (per capirci, quello che per primo ha parlato dei Cigni Neri) parla, molto più elegantemente di me, del “bias di retrospezione”, per spiegare che le persone tendono a costruire narrazioni coerenti per eventi già accaduti, convincendosi di averli previsti o di poterli spiegare facilmente, sottovalutando il ruolo della casualità. E che dire dello studio del 2018 di Pluchino, Biondo e Rapisarda? I fisici italiani hanno modellato al computer una società in cui persone con vari livelli di talento incontrano eventi casuali, positivi o negativi. Il risultato? La fortuna conta più del talento. Gli individui più fortunati, non necessariamente i più capaci, tendono ad avere più successo. Lo studio suggerisce che il successo è spesso legato a circostanze casuali più che al merito personale.

Essere nel posto giusto al momento giusto

E poi ci sono tutte le ricerche sul “network effect”, ossia l’importanza di essere nel posto giusto al momento giusto, che può superare di gran lunga il valore del talento e delle competenze. Ma si sa, la fortuna è cieca. E spesso lo siamo anche noi, non ammettendo quanto influenzi le nostre carriere. Quasi tutti i genitori che conosco insegnano ai figli che nella vita conta solo l’impegno. Nessuno ha il coraggio di “insegnare la fortuna”. Abbiamo paura che questo porti i nostri figli ad avere una visione fatalistica e passiva della vita. Sappiamo la verità, ma abbiamo paura di confessarla: la storia di Colombo è anche la nostra storia. Di ciascuno e ciascuna di noi. E anche se la tua America non l’hai ancora trovata, stai sereno. Salverà anche te, c’è una America per tutti a saperla cercare (sbagliando, però, un po’ i calcoli).