"Teheran pronta a distruggere Israele. Ma noi vinceremo come abbiamo già fatto"
Nirenstein guarda al dopo-Khamenei: “Trump interverrà contro gli ayatollah. Dopo il regime, il mondo cambierà”
“Visti i precedenti, credo che Trump interverrà. Gli Usa tengono sotto tiro l’intera struttura Iran-Russia-Cina”
«Il coraggiosissimo popolo iraniano sta affrontando il pugno di ferro del regime più duro e omicida del mondo senza il sostegno di nessuno. Ed è per questo che merita tutta la solidarietà di Israele e dell’Occidente». Giornalista, scrittrice, colonna delle ragioni di Israele, Fiamma Nirenstein segue da Gerusalemme le notizie che arrivano con difficoltà da Teheran. «Siamo di fronte alla più grave strage commessa dal regime sanguinario degli ayatollah. Una dittatura che viola sistematicamente tutti i diritti umani e che ha sottoposto, prima il Medio Oriente e poi il mondo intero, a un assedio islamista».
Al netto dello spargimento di sangue, cos’è in gioco con la caduta del regime?
«Ci troviamo di fronte a una svolta epocale. L’Iran è il centro di una sedizione globale, nel cui sfondo ci sono la Cina e la Russia. Teheran prepara la bomba atomica per distruggere Israele. Si dota di missili balistici in grado di arrivare ovunque. Ha uno schieramento terroristico che va dagli Hezbollah ad Hamas, dagli Houthi alle milizie irachene. Fornisce Mosca i droni per attaccare l’Ucraina. Questo è in gioco. È in discussione l’ideologia distruttiva di Qasem Soleimani (il comandante della “Brigata Santa”, l’unità delle Guardie della Rivoluzione responsabile per la diffusione dell’ideologia khomeinista fuori dalla Repubblica islamica, ucciso a Bagdad dagli Usa nel 2020, ndr), che ha tenuto sotto assedio per decenni Israele e le democrazie di tutto il mondo».
Senza il sostegno di nessuno, dicevi. Gli Stati Uniti sono i soli che potrebbero sostenere il rovesciamento del regime.
«Le università e le piazze sono vuote rispetto a quello che è successo in difesa di Hamas. Eppure gli ayatollah sono tra i peggiori persecutori di donne, omosessuali e dissidenti. Fomentatori di guerre e terrorismo. Per questo bisogna affidarsi agli Usa. Ancora a giugno scorso, prima della guerra dei dodici giorni, Trump aveva dato sessanta giorni di tempo a Teheran per raggiungere un accordo negoziale sul dossier nucleare. Scaduto quel termine, sarebbe stata la guerra. Così sono andate le cose. Donald Trump può non piacere. In Italia ci si limita spesso a giudicarlo come antipatico o simpatico. Ma questo conta poco. È importante osservare invece che gli Usa tengono sotto tiro l’intera struttura Iran-Russia-Cina. Il presidente Usa ha ammonito più volte che sarebbe intervenuto se il regime si fosse avventato con crudeltà contro i dimostranti. Visti i precedenti, credo che lo farà. Del resto, i manifestanti non hanno internet, sono senza telefono, Starlink però è in loro appoggio. Già questo è un intervento in loro soccorso».
Quindi siamo prossimi a un’escalation?
«Può succedere di tutto. L’Iran è grande, ha 90 milioni di abitanti. Il regime ha in dotazione una struttura repressiva articolata. È plausibile perfino un colpo di Stato dei Pasdaran, la cui ferocia non ha pari. Sarebbe un’eventualità devastante».
Con delle ripercussioni immediate anche contro Israele.
«Israele che è stato minacciato di nuovo in questi giorni. Gli ayatollah, Khamenei per primo, hanno avvertito che, in caso di attacco Usa, ci colpirebbero. Lo sappiamo. Questo è possibile. Abbiamo già vissuto, e più volte, i raid dei missili iraniani. Sono terribili. Hanno ucciso tante persone e buttato giù parecchie case. Torneremo nei rifugi. E vinceremo come abbiamo già fatto».
Tra le opzioni di sovvertimento del regime si parla molto di Reza Pahlavi. È realistico il ritorno della monarchia?
«Non credo che si tratti di una restaurazione della monarchia, quanto di mostrarsi attaccati al passato persiano dell’Iran. Tra le tante etnie che compongono la società iraniana, quella persiana è dominante. Rimanda all’antica tradizione dell’impero, da cui nasce l’Iran contemporaneo. Stiamo parlando della Persia pre-islamica, zoroastriana e che nulla ha a che vedere con il mondo arabo. Anche se poi al Corano si è convertita la stessa dinastia dei Pahlavi. Questi giovani che dicono di richiamarsi al pretendente Shah riportano in primo piano un destino diverso da quello jihadistico-islamista sciita imposto dal dominio infame del khomeinismo dal 1979 in poi».
Si può dire che il trono del pavone crollò per ragioni simili a quelle che oggi mettono in discussione Khamenei e il resto del regime?
«No. Non c’è paragone. La caduta dello Shah nasce a seguito di indiscutibili errori di valutazione. Reza Pahlavi si era convinto di poter dominare il Paese in un modo che non aveva certo le caratteristiche della democrazia. L’economia era sofferente. Lo scontento regnava nei bazar. L’arrivo di Khomeini venne del tutto sottovalutato. Solo Bernard Lewis si rese conto del progetto di dittatura religiosa e imperialista che la cosiddetta “grande anima” aveva in mente. E che poi si è compiuta. Ma rispetto a oggi era diverso soprattutto il contesto. A livello internazionale, ci fu un rifiuto ad ammettere la realtà dei fatti. Un rigetto dovuto alla visione del mondo proprio della sinistra anti-imperialista e che l’Amministrazione Carter aveva fatto sua. Ci volle la crisi dell’Ambasciata Usa a Teheran per far capire a Washington di che pasta fossero fatti gli ayatollah».
Tu hai intervistato il figlio dello Shah in tempi non sospetti. Come valuti la sua potenziale leadership?
«Ho incontrato Reza III a New York nel 2003 e un’altra volta a Los Angeles. Lui si presenta come una figura unitaria, che può aprire la via alla democrazia. Oltre a questo, è necessario un progetto più ampio. Quando cadrà il regime, cambierà tutto nel Paese. Per questo mi sento di dire che la dinastia Pahlavi rappresenti, in questo momento, più un simbolo del ritorno all’identità persiana dell’Iran».
Come va a finire?
«È ancora troppo presto per dirlo. Della strage in atto non abbiamo neanche il numero accertato di vittime. L’augurio è che finisca il terremoto mediorientale. Che il regime degli ayatollah venga eliminato. Che Israele possa vivere in pace e che anche i palestinesi possano avere un futuro. Se viene eliminato il regime, cambia il mondo».
© Riproduzione riservata






