Italia
Niscemi, il rischio calcolato che istituzioni e cittadini hanno voluto correre
Quando accade una tragedia come quella di Niscemi, il riflesso automatico del dibattito pubblico è sempre lo stesso: cercare una colpa unica, esterna e rassicurante. La natura, lo Stato, “le istituzioni”. È una reazione comprensibile, soprattutto di fronte a persone che hanno perso la casa, la sicurezza, in alcuni casi la vita. Nessun dubbio: si tratta di vittime, e come tali vanno rispettate. Ma il rispetto delle vittime non può diventare un alibi per rinunciare all’onestà intellettuale.
Niscemi e i precedenti
La frana di Niscemi non è stata un evento improvviso o imprevedibile. È un fenomeno noto da decenni: una prima frana significativa risale al 1997, seguita dall’istituzione di vincoli, zone rosse, sgomberi e demolizioni. Da allora si sono succeduti studi, perizie, dichiarazioni di emergenza, promesse di consolidamento mai completate, fondi stanziati e poi persi. Tutto questo è documentato. Non stiamo parlando di un rischio ignoto, ma di un rischio strutturale, dichiarato e reiterato nel tempo.
La scala delle responsabilità: dal Comune allo Stato
È qui che nasce il nodo che il racconto dominante evita accuratamente di affrontare: la scala delle responsabilità. La responsabilità maggiore ricade senza dubbio sulle amministrazioni pubbliche, dal Comune allo Stato. Per non aver messo in sicurezza il territorio. Per non aver delocalizzato. Per aver tollerato situazioni che non avrebbero mai dovuto essere tollerate. Per aver lasciato che il problema si trascinasse per trent’anni. Su questo non c’è discussione possibile. Ma fermarsi qui significa raccontare solo metà della storia.
Le istituzioni dovevano intervenire
Chi vive da decenni in un’area dichiarata instabile, chi sa di abitare in un quartiere già colpito da frane, chi conosce l’esistenza di vincoli e zone a rischio, non può essere considerato del tutto ignaro. Non è colpevole, ma non è nemmeno un soggetto inconsapevole travolto da un destino imprevedibile. In termini razionali ha accettato un rischio, spesso per necessità o per mancanza di alternative reali, è vero: ed è proprio lì che l’Istituzione avrebbe dovuto intervenire. Ma l’accettazione del rischio, per quanto umanamente comprensibile, non può essere cancellata dal racconto pubblico. Questo ragionamento vale a Niscemi, ma vale anche altrove. Vale per chi vive nei Campi Flegrei e si stupisce del bradisismo; vale per chi costruisce sulle pendici dell’Etna e poi si lamenta della lava; vale per chi abita in aree notoriamente alluvionali. Non perché “se la sia cercata” – espressione moralmente inaccettabile – ma perché la scelta di restare in un luogo pericoloso ha conseguenze, e negarlo significa trasformare ogni tragedia annunciata in un alibi consolatorio.
La verità semplice e scomoda: tra la prima e la seconda frana 16 governi
La realtà è scomoda: le tragedie annunciate sono quasi sempre il risultato di responsabilità multiple, stratificate nel tempo. Pubbliche, innanzitutto. Ma anche individuali, nel senso della conoscenza e dell’accettazione del rischio. Continuare a raccontare Niscemi come un evento imprevedibile non aiuta nessuno. Non le vittime, perché non previene le prossime. Non le istituzioni, perché le deresponsabilizza dietro l’alibi dell’emergenza. E non il Paese, perché impedisce di affrontare una verità semplice e scomoda: non si può abitare per decenni in territori dichiaratamente a rischio e poi pretendere che la realtà non presenti il conto. Ma, soprattutto, non aiuta il rimpallo politico delle responsabilità. Tra la prima e la seconda frana si sono succeduti ben 16 governi: non vi è dubbio che la colpa istituzionale sia collettiva.
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