Esteri
Non solo uranio, il regime change resta una priorità in Iran
La guerra non si limiterà alle infrastrutture nucleari iraniane. Se la dittatura degli ayatollah sopravviverà, la pace rimarrà un’utopia
Negli ultimi mesi si sta componendo, pezzo dopo pezzo, un quadro che va ben oltre l’ipotesi di un semplice raid contro installazioni nucleari iraniane. Dai segnali che emergono da fonti statunitensi, israeliane e mediorientali, l’Iran sembra trovarsi al centro di una strategia multilivello, con un obiettivo che molti, ormai apertamente, chiamano per nome: regime change.
Sul piano esterno, gli Stati Uniti hanno ricostruito una vasta coalizione militare e politica che include gran parte dei Paesi del Golfo, Giordania ed Egitto, Grecia e Cipro, il Regno Unito e Israele. Questa rete non serve solo a un’eventuale offensiva, ma anche a garantire supporto logistico, intelligence condivisa e soprattutto legittimazione internazionale a un’azione di forza. L’esperienza recente della difesa coordinata dello spazio aereo mediorientale, lo scorso giugno, durante l’operazione israeliana nota come Rising Lion, ha dimostrato che l’infrastruttura operativa è già in larga parte pronta. All’interno dell’amministrazione Trump, secondo diverse ricostruzioni, la linea favorevole all’uso della forza appare oggi maggioritaria. Non si tratta soltanto di neutralizzare il programma nucleare o missilistico iraniano, ma di colpire “alla radice” il sistema di potere della Repubblica Islamica.
Parallelamente, però, qualcosa sembra muoversi anche sul fronte interno iraniano. Un recente report attribuito a fonti vicine ai Guardiani della Rivoluzione riferisce di un presunto piano dell’organizzazione di opposizione Mujahedin-e Khalq per infiltrarsi in siti altamente sensibili del potere iraniano, inclusi il complesso presidenziale, il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale e perfino il perimetro dell’ufficio della Guida Suprema. Secondo la stessa fonte, l’operazione sarebbe stata sventata prima della fase esecutiva e avrebbe beneficiato di aiuti da servizi di intelligence stranieri.
Al di là della veridicità puntuale del singolo episodio, il dato politico è più ampio: l’idea che, accanto alla pressione militare esterna, siano in corso tentativi di individuare e sostenere linee di frattura interne al regime. Le proteste studentesche che in questi giorni attraversano università e scuole superiori iraniane, la repressione crescente e il timore di nuove esplosioni di violenza ricordano quanto il sistema sia fragile sotto la superficie. La vera incognita è se l’insieme di queste pressioni potrà davvero produrre un cambio di regime, ormai auspicato anche da molti attori dell’area, anche se mai apertamente dichiarato. Un Iran senza gli ayatollah potrebbe davvero portare la primavera nel Medio Oriente, dopo 50 anni di inverno.
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