Referendum giustizia
Nordio: “È un’occasione storica per il diritto al giusto processo. Tutti al voto, si cambia davvero”
Ruoli più chiari renderanno il processo più efficiente. No allo scontro ideologico, fuori la politica dai tribunali
Carlo Nordio, ministro della Giustizia, è il volto della stagione riformatrice avviata dal governo in materia di diritto e garanzie. Ex magistrato, giurista di lunga esperienza, ha legato il suo nome a una battaglia precisa: restituire equilibrio al processo penale, rafforzando la terzietà del giudice e i diritti del cittadino. In questa intervista al Riformista affronta il nodo della separazione delle carriere, il clima del referendum sulla giustizia e la prospettiva di una più ampia riforma garantista.
Ministro, lei sostiene che la separazione tra giudici e pubblici ministeri aumenterà le garanzie per i cittadini. Può spiegare in concreto come questa distinzione renderà i processi più equi senza intaccare l’indipendenza della magistratura requirente?
«La separazione tra giudici e pubblici ministeri non indebolisce, ma rafforza le garanzie. Oggi il pubblico ministero appartiene allo stesso ordine del giudice: questo può generare una percezione di contiguità. Distinguere le carriere significa chiarire i ruoli: il Pm è parte dell’accusa, il giudice è terzo. La terzietà diventa non solo sostanziale, ma anche visibile, e questo accresce la fiducia dei cittadini senza compromettere l’indipendenza, che resta garantita a entrambi».
I sostenitori del “No” temono che il pubblico ministero, una volta separato dai giudici, possa diventare più esposto alle pressioni politiche o gerarchiche. Quali strumenti di tutela intende prevedere la riforma per evitare questo rischio?
«È un timore che rispetto, ma che non trova riscontro nel modello che proponiamo. L’indipendenza del pubblico ministero non viene meno con la separazione delle carriere: resta ancorata alla Costituzione. Prevediamo organi di autogoverno distinti e garanzie di inamovibilità e autonomia. Non c’è alcuna subordinazione al potere esecutivo: il Pm resta un magistrato, non diventa un funzionario del governo».
Il referendum è presentato anche come un passo verso una giustizia più efficiente. In che misura questa riforma inciderà realmente sui tempi dei processi, considerando che i problemi principali sono legati a carenze strutturali e di personale?
«La riforma non è una bacchetta magica sui tempi della giustizia, che dipendono anche da risorse e organizzazione. Tuttavia, una maggiore chiarezza nei ruoli può rendere il processo più lineare ed efficiente. Ridurre ambiguità e conflitti di ruolo contribuisce a evitare rallentamenti. Naturalmente, questo intervento si accompagna ad altre misure su digitalizzazione, organici e semplificazione procedurale».
La campagna referendaria non è stata priva di toni duri e qualche scivolata. Per quanto riguarda lei, ministro, c’è qualcosa che farebbe o direbbe in modo diverso?
«Il confronto referendario è sempre acceso, fa parte della dinamica democratica. Personalmente ho cercato di mantenere un tono il più possibile tecnico e rispettoso. Se c’è stato qualche eccesso nel dibattito pubblico, credo sia fisiologico. Forse avremmo potuto spiegare ancora meglio alcuni aspetti della riforma, ma il confronto resta utile e necessario».
I critici affermano che la riforma, pur dichiarando di rafforzare le garanzie dei cittadini, rischia di alterare gli equilibri tra potere politico e potere giudiziario. Come risponde a chi teme una “politicizzazione” della giustizia?
«Parlare di politicizzazione è, a mio avviso, un equivoco. La riforma va nella direzione opposta: separare le carriere significa evitare commistioni e rafforzare l’equilibrio tra i poteri. Il pubblico ministero non viene assoggettato alla politica, e il giudice diventa ancora più indipendente nella sua funzione. L’obiettivo è un sistema più trasparente, non più influenzabile».
Quale che sia l’esito del voto, il centrodestra non sembra prossimo a esaurire la spinta riformatrice sulla giustizia. La fine della campagna referendaria coincide con l’avvio di quella elettorale. Il governo nel 2027 si proporrà agli italiani con un nuovo programma improntato a una riforma garantista della giustizia?
«La riforma della giustizia è un percorso, non un singolo intervento. Qualunque sia l’esito del referendum, il governo intende proseguire su una linea garantista, che metta al centro i diritti del cittadino e la certezza del diritto. In vista delle prossime scadenze elettorali, è naturale che questo impegno venga riproposto e approfondito, anche alla luce del confronto con gli elettori».
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