Giustizia
Gli avvocati con il Sì, Md sul No, Nordio per il “giudice libero”
Sono andate in scena a Roma, nelle stesse ore, due sale gremite e due visioni opposte della giustizia. Da una parte l’Auditorium Parco della Musica, dove l’avvocatura inaugura l’Anno giudiziario del Consiglio nazionale forense. Dall’altra, al centro congressi di via D’Alibert, Magistratura democratica apre il suo congresso annuale. Sullo sfondo il referendum sulla giustizia, ormai a pochi giorni dal voto. Il contrasto è netto.
All’Auditorium l’avvocatura parla con una voce prevalentemente favorevole al Sì. Non contro la magistratura, ma per riequilibrare il processo e riportare il sistema italiano nel solco delle democrazie liberali europee. «Non è un referendum contro la magistratura», chiarisce il presidente del CNF Francesco Greco. «L’autonomia e l’indipendenza dei magistrati rappresentano per noi un valore fondamentale di democrazia. Se questa riforma le mettesse in discussione saremmo fermamente contrari». La tesi dell’avvocatura è semplice: separare le carriere non indebolisce il giudice, ma rafforza l’equilibrio del processo. «In realtà», prosegue Greco, «si tratta di una riforma che libera il giudice dalle pressioni del pubblico ministero e restituisce equilibrio tra le parti del processo, ponendo fine a una condizione di subordinazione dell’avvocatura rispetto alle altre due». Una riforma, insiste il presidente del CNF, che «serve ad allineare l’Italia agli altri Paesi europei a democrazia avanzata, dove la separazione delle carriere è da sempre una realtà».
Nel suo intervento Greco allarga lo sguardo al ruolo della giustizia nello Stato democratico. «La giustizia non è un costo, ma un investimento. Non è un ostacolo, ma una garanzia. È il fondamento della convivenza sociale e civile». E aggiunge una precisazione che non è solo semantica: «Sempre più spesso si parla di “servizio giustizia”, mettendola sullo stesso piano dei servizi alla collettività. Ma la giustizia non è un servizio. È una funzione fondamentale attraverso cui lo Stato di diritto viene riaffermato e garantito». È in questo contesto che interviene il ministro della Giustizia Carlo Nordio, arrivato all’appuntamento CNF con la capo di gabinetto, Giusi Bartolozzi. con un discorso che affronta direttamente il nodo teorico e politico del referendum. Il ministro prova a ripartire dalla radice giuridica della riforma. «Se la giurisdizione è ius dicere, cioè dire il diritto, allora riguarda esclusivamente il giudice. Ma se invece, come deve essere in una democrazia liberale, è una dialettica processuale tra soggetti diversi, allora coinvolge necessariamente tre attori: il giudice, l’accusatore e il difensore». Ed è proprio qui, secondo Nordio, che si colloca il senso della riforma. «Una cultura della giurisdizione non può essere limitata all’unità tra pubblico ministero e giudice. Deve essere allargata all’avvocatura. Altrimenti è un tavolo con due gambe soltanto. E un tavolo con due gambe non sta in piedi».
Il ministro respinge poi con decisione una delle accuse più ripetute dal fronte del No: quella di voler sottomettere la magistratura al potere esecutivo. «Sono stato magistrato in prima linea contro le Brigate rosse», ricorda. «Tornerei a fare il magistrato e a rischiare la vita come ho fatto allora. Pensate davvero che una persona con questa esperienza possa avere anche solo il sospetto di voler umiliare la magistratura? È un rimprovero che mi ha ferito profondamente». E aggiunge un passaggio che chiama direttamente in causa anche la professione forense: «Dovrebbero sentirsi offesi anche gli avvocati da questo sospetto. Perché una magistratura sottoposta al potere esecutivo eliminerebbe la funzione dell’avvocato. Senza un giudice libero, indipendente e autonomo si tornerebbe ai processi di Gesù, di Galileo e di Socrate». All’evento arriva anche il messaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ricorda come il diritto di difesa sia «principio essenziale del nostro sistema costituzionale» e uno dei pilastri dello Stato di diritto.
Dall’altra parte della città, al centro congressi di via D’Alibert, il clima è molto diverso. Il congresso di Magistratura democratica diventa il luogo di raccolta del fronte del No al referendum. Il segretario generale Stefano Musolino parla apertamente del rischio di una magistratura «servente al potere esecutivo» e denuncia un Csm che verrebbe indebolito dal sorteggio. E diventano un caso le parole di Francesco Lo Voi. Il procuratore capo di Roma accende la platea. «Porto il mio saluto personale e quello del plotone di… della procura di Roma», dice, con un riferimento polemico alle parole pronunciate nei giorni scorsi dal capo di gabinetto del ministro Nordio, Giusi Bartolozzi. L’applauso della sala è immediato. Lo Voi non è iscritto a Md — tradizionalmente viene considerato vicino alla più conservatrice Magistratura indipendente — ma il suo intervento assume comunque un peso politico rilevante. Il procuratore capo di Roma negli ultimi mesi è finito al centro di diverse polemiche, a partire dal caso Almasri e dall’inchiesta che coinvolge il ministro Nordio, il ministro dell’Interno Piantedosi e il sottosegretario Mantovano, oltre alla stessa Bartolozzi, tuttora indagata.
Ma l’episodio che più colpisce la giornata avviene prima ancora che il congresso inizi davvero. Monsignor Francesco Savino, vicepresidente della Cei e atteso tra gli ospiti, annuncia all’ultimo momento la sua rinuncia. «La mia annunciata partecipazione ha dato luogo a letture polarizzate», spiega. «Ho deciso di rinunciare alla mia presenza per evitare che l’attenzione si sposti dai contenuti alle contrapposizioni». Parole misurate. Ma il segnale è chiarissimo. Un vero e proprio non expedit che raffredda l’entusiasmo delle toghe rosse. L’assenza del rappresentante della Chiesa viene commentata nei corridoi del congresso come un messaggio inequivocabile della Chiesa di Roma: non prestarsi alla propaganda del No. Per carità, non vorremmo neanche esagerare. Magistratura democratica conta circa seicento iscritti su poco più di diecimila magistrati in servizio in Italia. Una piccola minoranza. Ma che si fa sempre notare e riesce spesso a orientare il dibattito pubblico sulla giustizia. Tra pochi giorni saranno i cittadini a decidere.
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