Cosa è successo in quei centodieci minuti in cui Marco Vannini, 20 anni, poteva essere salvato e invece fu lasciato morire? Non lo sapremo mai, probabilmente. Farà bene chi continuerà a cercare la verità, perché questa è una storia orribile che getta una luce sinistra su una famiglia, tutta insieme complice di un delitto. Quello di Marco Vannini, appunto: una storia che colpì molto l’opinione pubblica e che oggi viene raccontata per filo e per segno da due abilissimi cronisti.

Il libro, tutto da leggere, è “L’ultima notte di Marco – Verità e bugie sul caso Vannini” (Piemme), e lo firmano Giulio Golia e Francesca Di Stefano, il primo inviato de Le Iene e la seconda autrice e regista del programma, che hanno seguito il caso in tantissime puntate ricostruendo il fattaccio in ogni minimo dettaglio, e hanno chiesto, insieme alla famiglia di Marco, giustizia: «Sono passati ormai dieci anni dalla notte del 17 maggio 2015. Dieci anni da quando un giovane ragazzo di appena 20 anni perdeva la vita in circostanze incredibili, all’interno di una casa che doveva essere per lui un rifugio, e che invece è diventata la sua trappola».

Questa trappola è il bagno della casa della famiglia Ciontoli – siamo a Ladispoli, sul litorale romano – cioè la famiglia della sua fidanzata, Martina. È sera tardi, come tante altre, lui ha un’ottima consuetudine con i genitori della ragazza. È bello, un ottimo ragazzo. Doveva essere una serata normale come tante altre, lui sarebbe restato a dormire lì. La dinamica del dramma non è mai stata chiarita fino in fondo: «Secondo la verità processuale, quella notte Marco Vannini è stato colpito da un proiettile sparato da Antonio Ciontoli, sottufficiale della marina militare e padre della fidanzata di Marco, Martina. In casa, quella sera, c’erano anche Maria Pezzillo, la mamma della fidanzata, Federico Ciontoli, il fratello, e Viola, la fidanzata del fratello». A un certo punto, un rumore: uno sparo. Nel bagno, dove – diranno i Ciontoli – Marco stava facendo la doccia. La cosa agghiacciante a ripensarci ancora oggi, dieci anni dopo, è quello che avviene dopo “l’incidente”. Un’interminabile lentezza nel chiamare i soccorsi, peraltro in modo maldestro senza specificare quello che è realmente avvenuto, con il centralinista dei soccorsi si minimizza, sicché tutto avviene in modo incongruo: sono i famosi centodieci minuti in cui Marco moriva tra dolori inimmaginabili.

Quello che accade dopo è una intricata storia di omertà da parte di tutta la famiglia Ciontoli protesa a sminuire la responsabilità del padre che ha sparato per gioco, dice lui, facendo partire il colpo accidentalmente. Ma tutto il racconto di Golia e Di Stefano squaderna una serie impressionante di dubbi, incongruenze, mezze verità e grossolane bugie, sicché sul delitto Vannini restano a danzare ombre lugubri. «Marco poteva vivere. Avrebbe potuto raccontarla lui, questa storia. Avrebbe potuto sedersi davanti a una telecamera, dire: “Una volta ho rischiato la vita per colpa di un errore. Ma qualcuno ha avuto il coraggio di salvarmi”. E invece no». Questa storia non è soltanto un tragico caso di cronaca nera, un incidente consumato tra le mura domestiche, ma è una storia che parla anche di noi, della società in cui viviamo, e di quello che stiamo insegnando – o non insegnando – ai nostri figli. In questa vicenda si è svelata una delle fragilità più gravi del nostro tempo: l’incapacità di ammettere un errore. Perché, quando la verità non si dice, non si insegna, non si pretende, finisce che nessuno la cerca più davvero.

Dopo molti processi, Antonio Ciontoli è stato condannato a quattordici anni. Tranne Viola, anche gli altri familiari hanno avuto nove anni (ma nel primo giudizio solo tre). Per tutti i gradi di giudizio hanno cercato di sminuire le loro enormi responsabilità. Ma nulla può cancellare l’orrore di quei centodieci minuti nei quali padre, madre, fratello, fidanzata hanno visto Marco Vannini lentamente morire come un cane. A vent’anni.