Finalmente a casa: il sospiro di sollievo di Viktor Orbán. Il premier ungherese, dopo il cordiale gelo incassato lunedì a Palazzo Chigi – per non dire delle puntute precisazioni del ministro degli Esteri Antonio Tajani – ieri è andato al Mit (Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti) per abbracciare il titolare, Matteo Salvini. Compagno di cordata a Bruxelles nelle fila dei Patrioti. Insomma, una rimpatriata tra amici di lunga data. Non a caso, il comunicato diffuso dopo il tête-à-tête sceglie con cura le parole e titola: “Affettuoso incontro”. “È stata l’occasione per fare il punto sulla situazione internazionale, con riferimento alle infrastrutture e agli equilibri geopolitici”, continua la nota.

Nel mirino, le solite battaglie: “Sono stati affrontati altri temi come la pace, la dura critica al Green Deal e alle politiche suicide dell’Unione europea”. Orbán concede a Salvini il riconoscimento dovuto: “Massima sintonia sul contrasto all’immigrazione clandestina”. Il quadretto si completa con un tocco di kitsch: “Salvini e il presidente ungherese si sono soffermati davanti al plastico del Ponte sullo Stretto, collocato all’ingresso del Ministero. È un’opera che crea aspettative e curiosità anche a livello internazionale”. Poi il vicepresidente del Consiglio invita l’ospite “all’avvio dei cantieri”. Al termine dell’incontro, il leader leghista risponde a una domanda dei giornalisti che lo aspettavano sotto il dicastero per sapere come era andata. “Benissimo”, dice raggiante, dopo un colloquio durato un’ora.

Intanto Orbán non resta con le mani in mano. Quasi contemporaneamente all’incontro con il socio italiano, Politico – l’edizione europea della testata americana – diffonde una notizia: da Budapest si lavora a un blocco anti-Kyiv con Bratislava e Praga. Lo conferma lo stesso premier: “Nell’Europa centrale, il fronte pacifista sta crescendo. Con l’aggravarsi delle difficoltà economiche in Europa, sempre più nazioni si renderanno conto che la pace è l’unica strada”. Un vero e proprio asse, reso possibile dopo la vittoria elettorale di Andrej Babiš nella Repubblica Ceca. Dal Cremlino arriva l’incoraggiamento del portavoce Dmitrij Peskov: “All’interno dell’Unione europea vi sono Paesi che perseguono gli interessi dei propri popoli”. E aggiunge: “Al posto degli europei, qualsiasi persona ragionevole si chiederebbe se valga la pena restare in un’Unione con uno Stato che giustifica il terrorismo e difende il diritto di altri Paesi ad azioni terroristiche”.

Nel frattempo, in Italia, c’è spazio anche per il botta e risposta tra Balázs Orbán, consigliere politico del premier, e La Repubblica. Il primo accusa il quotidiano di largo Fochetti di aver usato “parole che il presidente non ha mai pronunciato”. Il secondo si difende: “Non prendiamo lezioni di giornalismo da lui”. Il nodo del contendere è un’interpretazione estensiva di Repubblica: “Ha deliberatamente distorto la risposta del premier alla domanda sulle sanzioni Usa al petrolio russo, suggerendo falsamente che Orbán avesse definito la decisione di Trump ‘un errore’ e avesse detto che avrebbe cercato di far revocare le sanzioni”.

Sul fronte italiano, la missione del premier magiaro non è particolarmente soddisfacente. Forza Italia mostra opposizione decisa, mentre Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia non rilasciano commenti né comunicati congiunti. Il capofila del fronte anti-ucraino a Roma incassa solo la scontata simpatia della Lega, partito gemello a Bruxelles. In pratica, niente di che. Un punto ribadito anche ieri dal ministro della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo: “Tajani ha ricordato che sulle espressioni di Orbán, secondo cui l’Ue non conta nulla, abbiamo idee diverse”. Più netto il senatore di Azione Marco Lombardo: “È il cavallo di Troia delle ingerenze russe dentro i processi decisionali dell’Ue. È necessario istituire al più presto uno scudo democratico contro le ingerenze straniere”. Il leader sovranista a Roma resta a mani vuote: souvenir di un viaggio non particolarmente fortunato.