Lavoro
Pnrr giustizia, migliaia di precari verso il baratro: su 12 mila lavoratori solo la metà saranno stabilizzati
Era stato presentato come il grande piano per modernizzare la macchina giudiziaria italiana, ma oggi rischia di trasformarsi in un paradosso: oltre 11.800 lavoratori assunti con contratti a termine nell’ambito del Pnrr, dopo aver garantito il funzionamento di tribunali al collasso, vedono svanire la prospettiva di un futuro stabile. Solo 6.000 di loro saranno stabilizzati. Gli altri torneranno alla precarietà.
Il comunicato ministeriale dell’11 agosto 2025 prometteva una procedura comparativa “entro ottobre”. Poi il silenzio: nessun bando, nessun criterio, nessuna trasparenza. Persino l’annuncio è stato rimosso dal sito ufficiale. È l’ennesimo cortocircuito tra promesse politiche e amministrazione reale.
La beffa delle risorse zero
Nella Legge di Bilancio appena presentata non compare un solo euro destinato alla stabilizzazione dei precari Pnrr. Un’assenza che grida vendetta, perché questi lavoratori non rappresentano un costo, ma un investimento: hanno consentito di smaltire arretrati, ridurre i tempi dei processi e garantire i target europei del Piano di ripresa. Senza di loro, il rischio è chiaro: tribunali paralizzati e obiettivi Pnrr compromessi, con conseguente perdita di credibilità e di fondi europei. L’Unione ci chiede efficienza e continuità, non stop-and-go burocratici dettati da logiche contabili di breve periodo.
Tra concorsi e demansionamenti
Il governo prova a mettere una toppa con il concorso UNEP per 2.700 posti, ma la soluzione è illusoria. Molti dei precari attuali rischiano un “demansionamento indiretto”, passando da funzioni di alto profilo a ruoli amministrativi inferiori. È una logica da Stato contabile, non da Stato moderno: si preferisce risparmiare su chi ha già competenze, invece di consolidarle.
Nord, Sud e il nodo del costo della vita
A complicare il quadro c’è la geografia: le carenze più gravi sono al Nord, dove il costo della vita è più alto, mentre gran parte dei precari opera nel Mezzogiorno. Stabilizzarli solo in cambio di un trasferimento sarebbe una beffa sociale oltre che economica. Lo Stato chiede flessibilità a chi ha garantito continuità: una contraddizione intollerabile.
Questione di dignità, non di bilancio
La stabilizzazione non è un privilegio, ma un atto di giustizia. Continuare a trattare questi lavoratori come numeri significa svilire l’idea stessa di Pubblica amministrazione come motore di coesione e innovazione. Le risorse, se si vuole, si trovano. Manca, semmai, la volontà politica. Se il governo Meloni vuole davvero “modernizzare lo Stato”, cominci dal riconoscere chi, in questi anni, lo ha tenuto in piedi.
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