Economia
Poste Italiane e l’opas su Tim. Proposta da 10,8 miliardi di controvalore, perché non si tratta di una manovra politica
L’o.p.a.s. lanciata da Poste Italiane su TIM merita di essere letta per ciò che è, prima ancora che per ciò che promette. Certo, esiste una logica industriale: l’integrazione tra rete commerciale, pagamenti, servizi finanziari, connettività, cloud, gestione dei dati e cybersicurezza consente a Poste di presentarsi non più soltanto come operatore postale evoluto, ma come conglomerato di infrastrutture e servizi essenziali. Anche i numeri, almeno sulla carta, sono significativi: circa 10,8 miliardi di euro di controvalore, 700 milioni annui di sinergie stimate, oltre 150 mila dipendenti nel gruppo risultante. Sarebbe poco serio liquidare l’operazione come semplice manovra politica.
Il punto, però, è un altro. Qui non siamo davanti a una normale contesa di mercato, nella quale un operatore privato decide di scalare un altro operatore privato e lo Stato, dall’esterno, si limita a vigilare o, al più, a esercitare i poteri speciali nei limiti consentiti dall’ordinamento. Qui lo Stato c’è già ed è il regista dell’intera operazione. Poste Italiane è partecipata dal Ministero dell’economia e delle finanze per il 29,257 per cento e da Cassa Depositi e Prestiti per il 35 per cento. In altri termini, il perimetro pubblico controlla oggi il 64,257 per cento dell’offerente. Non solo. Nella comunicazione ex art. 102 TUF, la stessa Poste sottolinea che, a esito dell’offerta, la governance dell’offerente resterebbe caratterizzata dal mantenimento di una maggioranza del capitale riconducibile a soggetti a controllo pubblico. È un passaggio che andrebbe riletto più volte, perché dice con chiarezza la natura dell’operazione: il controllo pubblico non è un effetto collaterale, ma un dato strutturale del progetto.
Una vicenda che non nasce oggi
La vicenda, del resto, non nasce oggi. Nel febbraio 2025, Poste ha acquistato da CDP il 9,81 per cento di TIM, cedendo contestualmente la propria partecipazione in Nexi. Nel marzo 2025 ha deliberato l’acquisto di un ulteriore 15 per cento da Vivendi. A fine percorso, prima ancora dell’offerta totalitaria, Poste è già il primo azionista di TIM con una partecipazione superiore al 27 per cento. L’OPAS annunciata in queste ore non cade dunque dal cielo e non somiglia a un’improvvisa intuizione del mercato. Assomiglia, piuttosto, all’esito coerente di una riallocazione di asset disegnata all’interno del capitalismo pubblico Italiano ed è difficile non vedere, in questa combinazione di ruoli, un problema di trasparenza del modello: lo Stato è insieme azionista, promotore industriale e autorità chiamata a presidiare interessi strategici dello stesso settore.
Peraltro, TIM non è più la società esausta di qualche anno fa. Dopo la cessione della rete fissa e il riassetto industriale, il gruppo ha chiuso il 2025 con ricavi in crescita e con un utile netto consolidato tornato positivo. Questo rende l’operazione, se possibile, ancora più significativa. Non siamo davanti a un salvataggio di emergenza, ma a una scelta di assetto delle infrastrutture digitali e dei servizi di connettività, che non è decisa dal mercato del controllo societario, ma dall’azionista pubblico che usa il mercato come tecnica di esecuzione di una propria politica industriale.
C’è poi un ulteriore profilo, meno discusso ma non secondario. L’offerta contempla come esito possibile il delisting di TIM. Ciò significa che l’espansione del perimetro pubblico potrebbe accompagnarsi anche a una riduzione della trasparenza su un operatore che resta centrale per telecomunicazioni, dati, cloud e cybersicurezza. Il risultato finale, quindi, potrebbe essere una maggiore concentrazione pubblica non soltanto nel capitale, ma anche nel governo effettivo dell’asset. In questa prospettiva, la retorica del campione nazionale rischia di diventare il linguaggio elegante con cui si descrive una scelta più semplice: riportare sotto una regia pubblica stabile un nodo fondamentale dell’economia italiana. Con buona pace dei corifei del pericolo del turboliberismo.
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