Alle 4:30 del 4 febbraio 2019, la vita di Carmine Antropoli si spezza. Un’accusa infamante – concorso esterno in associazione camorristica – lo strappa alla sua casa, alla famiglia, alla professione di medico. Quattro mesi in carcere, tre ai domiciliari: un tempo sospeso che diventa il confine tra il prima e il dopo, tra l’uomo libero e l’uomo ingiustamente detenuto. Ex sindaco di Capua e stimato primario dell’ospedale Cardarelli di Napoli: un’intera vita messa in discussione. Ma dentro le mura nasce anche la forza di raccontare, di credere ancora nella giustizia, di restare uomo quando la gogna mediatica sembra volerglielo negare.

Tra indagini e processi, gli anni lo logorano. Alla fine arriva l’assoluzione. Ma chi ripaga il tempo rubato e la reputazione infangata? In libreria con Dal Volturno al Tevere al Nilo – storia umana e di malagiustizia (Edizioni MEA), Antropoli racconta il dramma di un innocente che deve scontare in anticipo una pena ingiusta. E, forte della sua esperienza, sosterrà il referendum sulla separazione delle carriere: «Voterò Sì. Non per spirito di rivalsa, ma per convinzione. La distinzione tra chi accusa e chi giudica è una garanzia per tutti, anche per i magistrati onesti».

Quattro mesi in carcere, tre ai domiciliari, poi l’assoluzione. Cosa l’ha ferita di più?
«Mi ha ferito il silenzio di chi sapeva e non ha avuto il coraggio di parlare. Ma più ancora mi ha ferito il pregiudizio, quella condanna anticipata che ti priva della dignità prima ancora che un giudice si pronunci. Il carcere non è solo privazione della libertà: è isolamento, smarrimento, perdita di fiducia nel sistema che dovrebbe tutelarti. Indubbiamente è stata un’esperienza molto difficile e segnante, sia dal punto di vista fisico che psicologico. Per sei anni, l’intera durata del processo, ho sofferto di incubi notturni».

Giustizia è fatta, ma chi restituirà il rispetto per la sua professione che le è stato negato per troppo tempo?
«Il rispetto non si restituisce: si riconquista giorno per giorno, con coerenza e verità. Io ho scelto di raccontare, non per vendetta, ma per testimoniare. Perché chi ha creduto in me sappia che non si era sbagliato, e chi ha dubitato capisca che la giustizia, quando arriva, può essere tardiva ma non per questo meno vera».

E questo fa riflettere anche sulla leggerezza con cui si infligge la custodia cautelare…
«Sì, perché la custodia cautelare dovrebbe essere eccezione, non regola. È uno strumento che, usato con superficialità, distrugge vite innocenti e mina la fiducia dei cittadini nella magistratura. Occorre più responsabilità, più equilibrio, più rispetto per il principio di presunzione d’innocenza. Lo Stato non può permettersi di sbagliare così. Nel mio caso, bisogna considerare che erano già trascorsi due anni e mezzo da quando non ricoprivo più la carica di sindaco, eppure venni accusato di un presunto patto politico-mafioso volto ad avvantaggiare il candidato alla carica di sindaco. Io non ero il candidato e, di conseguenza, non avrei potuto stringere alcun patto! Tutte le accuse sono poi cadute in dibattimento. Non vi era pericolo di fuga, né di reiterazione del reato, né di inquinamento delle prove. Alla fine, un arresto cautelare del tutto inutile e ingiusto».

In primavera si terrà il referendum sulla separazione delle carriere: cosa voterà?
«Voterò . È un atto di chiarezza istituzionale che può rafforzare la credibilità della giustizia, non indebolirla. Cosa si penserebbe se un avvocato avesse lo studio all’interno del tribunale e incontrasse quotidianamente il giudice che deve giudicare il suo assistito? Con la separazione delle carriere, invece, il giudice potrà essere valutato solo da altri giudici, e non dagli attuali colleghi delle procure».

Se la riforma passerà, sarà più difficile assistere a errori giudiziari?
«Nessuna riforma può eliminare l’errore umano, ma può limitarne le conseguenze. La separazione delle carriere serve a costruire un sistema più equilibrato, dove l’indipendenza del giudice sia reale e non solo formale, e dove l’imputato non si senta mai di fronte a un potere monolitico».

Sulle spalle ha ancora un macigno. Alla luce della sua esperienza personale, cosa risponde a chi voterà No perché la democrazia sarebbe in pericolo e perché il pm sarebbe sottomesso al potere esecutivo?
«Rispondo che la vera democrazia si fonda sui contrappesi, non sulle sovrapposizioni. La magistratura deve restare indipendente, ma anche responsabile. Separare le carriere non significa sottomettere nessuno: significa chiarire i ruoli, restituire fiducia ai cittadini e rendere la giustizia più trasparente. Io quella fiducia l’ho persa, ma credo ancora che si possa ricostruire».