Provare a comprendere le ragioni degli innumerevoli successi di studiosi ebrei praticamente in tutti i campi non significa certo fare dell’assurdo “razzismo” o decretare una paradossale superiorità basata sull’etnia o sulla religione. Detto questo, perché il numero di premi Nobel conferiti a professori di origine ebraica è così alto? Scrisse Mark Twain: «Tutte le cose sono mortali tranne l’ebreo; tutte le altre forze passano, ma lui rimane. Qual è il segreto della sua immortalità?». In questo scritto, “Gli ebrei e la cultura – Perché ci sono così tanti Nobel di origine ebraica?” (Albatros), Paolo Agnoli, fisico e studioso di filosofia, prende le mosse da un dato di fatto: «Dal 1901 sono stati assegnati circa 1000 premi Nobel. Se seguissimo le regole della proporzionalità, solo 2 ebrei avrebbero dovuto ricevere un premio. Eppure, 230 dei premiati sono di origine ebraica».

Come si spiega? Agnoli azzarda alcune ipotesi. Prima di tutto, l’amore, diremmo l’ossessione per lo studio. Insita nell’aspirazione religiosa a comprendere i testi, il Talmud, la Torah, cioè pensieri talmente complessi di cui si discute l’interpretazione da millenni: la mente, per così dire, trova qui un primo clamoroso terreno per il suo svilupparsi. Di qui l’attitudine alla complessità che si fissa nella postura intellettuale degli ebrei: del popolo, non solo degli intellettuali.

Spinoza collegò religione e scienza: «La religione deve insegnare all’uomo a vivere una vita virtuosa, e la scienza è la via per comprendere il mondo». Scrive Agnoli: «Secondo il grande sociologo tedesco Max Weber poi, fu il giudaismo a condurre per primo a ciò che egli definisce la “razionalità occidentale”, quell’anelito di conoscenza che rese possibile la scienza moderna. Il punto centrale per Weber sarebbe il seguente. L’universo era visto da tutte le società antiche come il risultato di forze cosmiche immense e capricciose, e non poteva essere previsto, poteva solo essere “accettato”. Fu il rifiuto di quel mito da parte del giudaismo, sin dalla sua nascita, a permettere, per la prima volta, di vedere l’universo per ciò che realmente era: perché, Weber scrisse, esiste da sempre “un profondo senso ebraico che questo universo sia intelligibile”».

Nello sforzo di comprendere l’immenso si congiungono religione e fisica, ed è forse per questo che tanti grandi fisici, a partire da Einstein e Bohr, erano ebrei. E c’è infine un’ipotesi più “pratica”: «Obbligati a spostarsi continuamente, gli ebrei hanno dovuto sempre adattarsi a diverse culture, lingue, sistemi legali e sociali. Questa mobilità ha permesso loro di entrare in contatto con molte tradizioni e civiltà, di assimilarle e, talvolta, ritengo anche di innovarle. In questi contesti, essi hanno sempre sviluppato una mentalità cosmopolita e una flessibilità intellettuale che li hanno facilitati soprattutto negli ambiti della ricerca e dell’innovazione». L’ebreo errante così era costretto a portare le sue conoscenze ai quattro angoli del mondo, facendole lievitare.