La vergogna diventa globale.
Quei ragazzi iraniani aggrediti a Napoli e la nostra solidarietà a geometria variabile
Due studenti iraniani sarebbero stati aggrediti dopo una manifestazione a Napoli. La domanda non è chi aiutare, ma quali valori decidiamo di riconoscere
Ieri è successa una cosa grave. Grave in sé, ma ancora più grave per ciò che rivela di noi.
Un gruppo di giovani iraniani aveva manifestato a Napoli contro la Repubblica islamica. Non contro l’Occidente, non contro Israele, non contro l’America, non contro la libertà. Al contrario: manifestava per la libertà. Con le bandiere iraniane del leone e del sole, con le bandiere occidentali, con quella scelta simbolica che da sola basterebbe a mandare in corto circuito il nostro conformismo politico.
Finita la manifestazione, secondo quanto denunciato dai ragazzi, due di loro — un ragazzo e una ragazza che portava la bandiera iraniana del leone e del sole — sarebbero stati aggrediti alla Galleria Principe di Napoli. Lei sarebbe stata afferrata, ferita leggermente a una mano, privata del telefono, poi lanciato via. Lui racconta di essere stato colpito al petto, spinto giù dalle scale, insultato e minacciato in una lingua che non comprendeva pienamente non parlando bene l’italiano. Hanno parlato con la Questura. Hanno presentato denuncia. C’è, riferiscono, un referto medico. Saranno le autorità a verificare, accertare, qualificare giuridicamente i fatti.
Ma politicamente una cosa possiamo dirla subito: se due giovani iraniani vengono aggrediti in una città italiana dopo aver manifestato contro un regime che nel loro Paese imprigiona, tortura, impicca e reprime il dissenso, allora il problema non riguarda soltanto loro. Riguarda noi.
Quei ragazzi non sono venuti in piazza per importare odio. Non sono scesi in strada per bruciare bandiere, occupare università, minacciare docenti, impedire a qualcuno di parlare. Hanno fatto una cosa semplice e immensa: hanno chiesto libertà per il loro Paese. Nel farlo, sventolano bandiere americane, israeliane e il vessillo del leone e del sole. Chiedono libertà, democrazia, fine della teocrazia. E per loro non c’è solo l’indifferenza dei passanti: c’è perfino l’aggressione.
E qui la vergogna diventa globale. Anche la bozza d’intesa tra Stati Uniti e Iran racconta un Occidente ripiegato sul proprio ombelico: non sono state le armi a pesare su Trump, ma il danno economico provocato dal blocco di Hormuz, il timore per petrolio, rotte e prezzi. Così la sofferenza del popolo iraniano torna in secondo piano: energia a buon mercato, anche se impregnata del sangue di chi continua a essere impiccato, torturato, massacrato dagli ayatollah.
Questi giovani iraniani vivono in Italia, studiano nelle nostre università, spesso lavorano per mantenersi, hanno famiglie lontane, talvolta irraggiungibili, e portano addosso una paura che noi non conosciamo: la paura di essere riconosciuti, che una foto finisca nelle mani sbagliate, che una parola detta a Napoli possa avere conseguenze a Teheran, Shiraz, Isfahan, per una madre, un padre, un fratello.
Sono ragazzi cresciuti dentro o all’ombra di una teocrazia. Eppure non chiedono teocrazia. Chiedono laicità. Non chiedono sottomissione della donna, chiedono libertà femminile. Non chiedono censura, chiedono parola. Non invocano jihad, chiedono democrazia. Non agitano odio verso l’Occidente: lo guardano come spazio politico, culturale e morale nel quale poter finalmente respirare.
Perché il coraggio iraniano resta quasi invisibile?
La risposta, temo, è scomoda: perché i giovani iraniani non servono alla narrazione dominante, non confermano il riflesso pavloviano antioccidentale di una parte del nostro mondo culturale, non dicono che l’America è il male, che Israele è il male assoluto, che la libertà occidentale è ipocrisia. Dicono il contrario. E proprio per questo disturbano.
Disturbano perché vengono da un Paese islamico ma non chiedono islam politico. Disturbano perché sono mediorientali ma non antioccidentali. Disturbano perché hanno conosciuto la repressione vera e non la trasformano in vittimismo ideologico. Disturbano perché non scambiano il carnefice per resistente. Disturbano perché, davanti al regime degli ayatollah, sanno da che parte stare.
E allora succede il paradosso: i ragazzi che più chiaramente mostrano di voler appartenere al mondo libero vengono lasciati soli; quelli che provengono da un contesto dominato per anni da Hamas vengono accolti con una benevolenza pubblica quasi automatica, senza che sia chiaro se qualcuno abbia posto domande serie sulla compatibilità civile e culturale con la società che li accoglie.
In questo clima, due giovani iraniani che sventolano una bandiera incompatibile con la Repubblica islamica, e magari una bandiera israeliana, diventano insopportabili. Perché rompono lo schema. Perché mostrano che non tutti i popoli oppressi odiano l’Occidente. Perché dimostrano che si può venire dal Medio Oriente e desiderare esattamente ciò che i nostri rivoluzionari da salotto disprezzano: libertà individuale, democrazia, sicurezza, Stato di diritto, alleanza con il mondo libero.
È qui che l’aggressione di Napoli, se confermata nei termini denunciati, diventa un fatto politico enorme. Non per la sua dimensione materiale, ma per il suo significato morale. Una ragazza con la bandiera del leone e del sole aggredita in una galleria pubblica non è soltanto una ragazza aggredita. È un simbolo rovesciato. È la libertà inseguita dai figli dell’Iran che viene respinta da chi, in Italia, continua a giocare alla rivoluzione protetto dalle libertà che disprezza. E colpisce, in particolare, la domanda che si fa il ragazzo: “Ma come si può essere così spudorati da colpire una ragazza?”.
E allora la domanda diventa inevitabile: da che parte sta l’Italia ufficiale?
Sta con i ragazzi iraniani che rischiano anche qui perché hanno il coraggio di dire no agli ayatollah? Sta con chi sventola le bandiere del mondo libero? Sta con chi chiede un Iran democratico, laico, aperto, finalmente sottratto alla gabbia della teocrazia?
Oppure continuerà a commuoversi solo per chi rientra nella grammatica sentimentale del momento?
Perché la solidarietà selettiva non è solidarietà. È ideologia. L’accoglienza senza discernimento non è umanità. È irresponsabilità. La difesa dei diritti umani che dimentica i dissidenti iraniani e si accende solo per Gaza non è universalismo. È propaganda emotiva.
I giovani iraniani ci offrono una lezione che non meritiamo: ci ricordano che la libertà occidentale è ancora desiderabile. C’è chi la sogna, chi la invoca, chi la difende a volto scoperto pur sapendo di poter pagare un prezzo. E noi, invece di proteggerli, spesso li lasciamo soli. O peggio: permettiamo che vengano aggrediti da chi si definisce antifascista e poi si comporta da squadrista.
Sarebbe ora che il ministro degli Esteri, i rettori, i sindaci, i giornali, le università, i difensori professionali dei diritti umani trovassero un minuto anche per loro.
Un minuto per quei ragazzi iraniani che non chiedono privilegi, non chiedono indulgenza, non chiedono che l’Italia dimentichi sé stessa per accoglierli. Chiedono solo di poter vivere da uomini e donne liberi.
E forse proprio questo, nell’Italia confusa di oggi, è diventato il loro peccato più grande.
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