Il referendum sulla giustizia è l’ennesima occasione persa di un Paese che non vuole cambiare. Il verdetto delle urne va sempre rispettato. Si rende tuttavia necessaria una serie di considerazioni. La proposta di riforma non era perfetta. Per il semplice motivo che la riforma perfetta non esiste. Il vero elemento su cui l’elettorato doveva riflettere era se questa riforma fosse o meno un miglioramento rispetto alla situazione attuale. A parere di chi scrive, lo era. Forse è questo il messaggio che non si è riusciti a far passare. Oltre al fatto che la Costituzione fu concepita in modo da essere adattata ai tempi e che il suo impianto impedisca derive autoritarie.

Il nostro Paese necessitava come l’ossigeno di una vittoria del Sì per avviare una stagione di riforme. Era l’opportunità per dimostrare alla comunità internazionale che l’Italia era in grado di evolvere e di adeguarsi a uno standard di civiltà presente praticamente nella totalità dei Paesi Ue e del G7. Al contrario, abbiamo trasmesso un messaggio di immobilismo, di preservazione di uno status quo che non funziona. Un messaggio che scoraggia gli investitori internazionali, che annoverano le carenze della giustizia italiana tra le principali cause di mancato investimento nel nostro Paese. Siamo di nuovo fanalino di coda dell’Occidente. Come già successo in altre occasioni in passato. Ciò rende la bocciatura espressa dagli elettori più giovani ancora più allarmante.

Era l’occasione per ridimensionare il legame tra politica e magistratura, con ovvi benefici in termini di credibilità e trasparenza di uno dei tre poteri dello Stato. L’influenza della politica sulla magistratura non proviene dal Parlamento, ma dall’interno della magistratura stessa. Tutti i membri togati del Csm sono espressione di correnti, nonostante solo un magistrato su cinque sia iscritto a una corrente. Ricordiamo che le correnti della magistratura sono associazioni dotate di statuto, carta dei valori con sensibilità politiche esplicite e organi direttivi. Le sole vincitrici sono loro, che con successo hanno difeso privilegi accumulati da tempo. La nota dell’Anm lo conferma. Lo stesso segretario di Magistratura Indipendente, la corrente di destra della magistratura, sosteneva il No.

Era l’occasione per mostrare un atteggiamento maturo da parte dei nostri vertici istituzionali, che invece hanno esibito una condotta pessima in sede di lavori parlamentari e di campagna referendaria. I cori da stadio di alcuni magistrati a spoglio concluso sono un sintomo di degrado civile. In Germania i magistrati sono vincolati alla “estrema moderazione” e a non rilasciare dichiarazioni contrarie a disegni di legge pena la violazione dei doveri d’ufficio. Un abisso in termini di civiltà. Lo spirito liberaldemocratico impone di non desistere mai dal tentativo di cambiare in meglio le cose. Rimane un senso di dispiacere perché, malgrado l’eccellente lavoro svolto dai Comitati per il Sì, a livello di qualità dei contenuti portati e di sforzo profuso, le giovani generazioni sono le vere e inconsapevoli sconfitte di questa tornata. Condannate a vivere ancora per troppo tempo in un Paese impossibile da riformare davvero.

Riccardo Ferri

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