Sgombriamo il campo dalla superstizione dei numeri. I sondaggi sul referendum sono sismografi impazziti, ballerini, spesso farlocchi. Specie nei referendum confermativi, l’analisi demoscopica rischia di essere un autoinganno: le pulsioni che spingono l’elettore sono profonde, carsiche, difficilmente intercettabili. Eppure, una tendenza si sta consolidando e sarebbe suicida ignorarla: il fronte del “No”, partito in svantaggio, sta colmando il gap.

La dinamica è da manuale. Il “No” ha la forza brutale della semplicità: raccoglie la bile del Paese, le incazzature diffuse, la voglia di dare un calcio al “potere”, qualunque cosa si immagini che sia. Un racconto truculento che proprio ieri, in un’intervista, il procuratore Gratteri ha esposto con la sua abituale finezza, dicendo testualmente che per il voteranno ”gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata, tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”. Dall’altra parte, i sostenitori della separazione delle carriere si perdono nei salotti buoni. Usano argomenti signorili, raffinati, in convegni prevalentemente accademici. Un errore capitale: se la butti sul tecnico, l’onda populista ti risponde con un sonoro “vaffa” e ti travolge.

E dunque proviamo ad andare oltre, mettendo sul piatto i temi veri del voto. Basta con le ipocrisie. Il 22 marzo non si vota per i commi o per l’efficienza amministrativa. La posta in gioco è un’altra: si tratta di chiudere definitivamente la stagione del 1992. Da più di trent’anni, un asse d’acciaio tra procure militanti e sistema mediatico tiene in ostaggio la politica, commissariando la democrazia a colpi di avvisi di garanzia. Chi vota “No” difende questo status quo, la Repubblica giudiziaria contro il primato della politica.

Qui sta il dramma, ma anche la grande opportunità di Giorgia Meloni. La Premier oggi appare frenata dal fantasma di Renzi del 2016, terrorizzata che “metterci la faccia” significhi suicidarsi. È un calcolo umanamente comprensibile, ma politicamente esiziale. La destra non ha una classe dirigente diffusa: ha solo Giorgia Meloni. Se lei non scende in campo, il suo elettorato identitario resta a casa. O peggio. Perché quella pancia profonda non è affatto immune alle sirene del giustizialismo; subisce il fascino della divisa e delle manette, confondendo spesso la giustizia con la vendetta di Stato. Se Meloni non spiega con chiarezza che il nemico non è la legalità, ma l’arbitrio delle toghe politicizzate, il suo stesso popolo rischia di andare a votare con i PM, reggendo il sacco ai propri carnefici. Ecco perché questa è la vera prova di maturità per la Premier. Scendere in prima linea non serve solo a vincere nelle urne, ma a far lievitare il suo profilo, trasformandosi definitivamente da capopopolo a leader liberal-conservatrice di stampo europeo. Per questo deve prendere per mano la sua gente e portarla fuori dalla cultura del sospetto, verso uno Stato dove le garanzie valgono per tutti.

Ma c’è di più. Una battaglia così impostata, sui principi e non sulle urla, può diventare un magnete per i tanti moderati orfani di una casa politica, oggi schiacciati da una polarizzazione infantile e sterile. Il referendum è l’occasione unica per saldare un fronte, per fare emergere una “maggioranza silenziosa” solida e culturalmente omogenea, in grado di dare una prospettiva di lungo periodo al Paese. D’altronde, una politica navigata come Meloni non può pensare che una vittoria del “No” sia indolore. Se il 22 marzo vince la conservazione, sarà il segnale del “liberi tutti” per le procure. La caccia giudiziaria ripartirà con ferocia, le opposizioni rialzeranno la testa, la sua leadership ne uscirà dimezzata. Non ci sono alternative “soft”. Meloni deve chiamare a raccolta il Paese per una battaglia di civiltà. Hic Rhodus, hic salta. O compie questo salto di qualità politico e culturale, o il sistema che vuole riformare finirà per ingoiare anche lei.