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Referendum giustizia, gli italiani sono disorientati. L’ANM non focalizza il punto della domanda. Che strano
L’unica cosa certa è che il Popolo italiano sarà disorientato davanti al quesito referendario posto al voto. La ragione di questo smarrimento sta nella “semplicità” di un pensiero di Albert Einstein secondo cui nell’universo che ci circonda il mistero non è nelle risposte, ma nella capacità di porsi le domande. Cercando di semplificare un concetto complesso, solo allorché si è avuta piena e completa conoscenza di un fenomeno può essere formulata una giusta domanda che – a sua volta – possa condurre ad un’altrettanta giusta risposta. Quindi, il sapere completo è il presupposto della domanda corretta, perché l’occhio vede solo ciò che la mente conosce.
Referendum giustizia, a che serve la separazione delle carriere?
Il quesito referendario sconta questo limite dato che per rispondervi è necessario conoscere per quale motivo la separazione delle carriere possa apparire necessaria al miglioramento della Giustizia in Italia o, viceversa, ne determinerebbe il peggioramento. Il campo di battaglia della contesa si tinge di connotazioni ideologiche e tutte confondono il dato saliente della domanda nascosta all’interno del quesito referendario. Infatti la vera domanda al voto non è quella se gli italiani vogliano o no che le carriere dei magistrati siano separate e che la loro professionalità sia disgiunta da ogni condizionamento di natura esterna. La vera domanda, posta ai cittadini, è quella che attiene alla compatibilità di una magistratura unica a fronte di un codice che – visibilmente – separa la funzione requirente da quella giudicante per attuare l’idea di un processo realmente e pienamente accusatorio.
I due organi
L’architettura processuale che l’Italia ha voluto darsi dall’anno 1989 non sembra ponga dubbi. C’è un organo che fa le indagini e sostiene l’accusa nel processo. Un altro, invece, decide sull’esito di quelle indagini e sulla fondatezza delle richieste. Queste due entità possono pure avere una comune base culturale (il Diritto e la Giurisprudenza), ma devono poi camminare su strade separate perché così esige il codice che ne disegna il loro percorso.
L’investigazione e l’accusa devono rimanere separati dal giudizio e dal suo esito, altrimenti la parola “accusatorio” – sulla quale sono costruite le garanzie di un giusto processo – non ha più senso. Strano che l’ANM non focalizzi il punto della domanda referendaria.
Però, fate caso alla contraddizione in cui sono rimasti attorcigliati. Hanno deliberato di investire cinquecentomila euro per promuovere il No, dimenticando che tanti magistrati, iscritti all’Associazione, possano avere un avviso contrario. Ebbene, se l’ANM rappresenta tutti i magistrati, perché non dare la stessa somma ai promotori del Sì? In questa attorcigliata incongruenza dell’ANM c’è tutta la politicizzazione della Magistratura sulla quale si muove (e chiede risposta) il quesito referendario.
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