Giustizia
Referendum giustizia: la riforma cancella l’eredita fascista, ma la sinistra ha il coraggio di opporsi
Dopo anni di accuse di autoritarismo rivolte al governo Meloni, la cui vittoria elettorale avrebbe dovuto riportare l’Italia al ventennio, siamo di fronte alla cancellazione di un’eredità chiaramente fascista alla quale una certa sinistra ha il coraggio di opporsi.
Ma allora a destra siamo o non siamo fascisti? Lo siamo per definizione, in quanto di destra, e lo siamo anche quando proponiamo una riforma che supera un assetto voluto dal fascismo? È questo il cortocircuito: si grida al ritorno del regime mentre si difende, nei fatti, un modello ispirato da Mussolini stesso. Più si definiscono progressisti e più appaiono fossilizzati sul passato. I nuovi custodi dell’immutabilità costituzionale — dopo averla modificata senza drammi quando governavano — oggi gridano allo scandalo davanti alla riforma della giustizia.
Referendum giustizia, la riforma cancella l’eredita fascista, ma la sinistra ha il coraggio di opporsi
Partiamo da lontano. Con il Regio Decreto 6 dicembre 1865, n. 2626, primo ordinamento giudiziario del Regno d’Italia, lo Stato liberale si dotava di una magistratura con carriere distinte tra giudici e pubblici ministeri, consentendo il passaggio solo in casi eccezionali. Il sistema cambia con il fascismo. Il Regio Decreto 30 gennaio 1941, n. 12 — il cosiddetto Ordinamento Grandi — sancisce l’appartenenza di giudici e pm allo stesso ordine giudiziario, un modello ritenuto più coerente con l’impianto dello Stato fascista rispetto a quello liberale.
Con la Repubblica l’impianto resta invariato. Il ministro della Giustizia Palmiro Togliatti mantiene quel sistema. Per ragioni di continuità istituzionale o per una precisa visione dello Stato maturata negli anni sovietici, poco importa: il dato storico è che l’assetto del 1941 non viene superato.
Bisogna attendere il 1988. Nel governo De Mita, il ministro socialista Giuliano Vassalli, ex partigiano, vara il nuovo codice di procedura penale. L’Italia passa dal modello inquisitorio — con un giudice parte attiva nell’accusa — a un modello accusatorio, fondato sulla terzietà del giudice. La commissione ministeriale che elabora la riforma è presieduta da Gian Domenico Pisapia, giurista antifascista e padre di quel Giuliano Pisapia che sarà deputato di Rifondazione Comunista e Sindaco di Milano. L’obiettivo è chiaro: parità tra accusa e difesa davanti a un giudice terzo. Tuttavia quella riforma, entrata in vigore nel 1989, realizza solo la separazione delle funzioni, non quella delle carriere. È qui che si colloca l’intervento odierno: completare un percorso avviato oltre trent’anni fa da uomini non certo di destra.
Questo è rivelatorio di quanto il ricorso all’antifascismo serva solo a mascherare una vuotezza di contenuti, specie davanti a un atto, come la riforma, che è intrinsecamente antifascista. Se applicassimo il loro stesso criterio — “sono contro perché lo propone l’avversario” — dovremmo respingere questa riforma perché affonda le sue radici in una cultura garantista che ha attraversato anche la sinistra italiana, da Vassalli alle successive dichiarazioni politiche sul tema. E se fossimo davvero “fascisti”, l’ordinamento del 1941 dovremmo difenderlo.
Fortunatamente non è così. Tra un modello concepito dal regime e la piena terzietà del giudice, la scelta per noi è semplice.
© Riproduzione riservata






