Le ragioni di un Sì
Referendum giustizia, le false motivazioni di chi sceglie il ‘No’
I contrari alla riforma parlano alla pancia degli elettori, ma i loro argomenti restano sbagliati e senza fondamento nella realtà
Chi si oppone alla riforma della giustizia ha scelto un argomento chiave, il più forte sul piano emotivo e simbolico: il rischio che i pubblici ministeri finiscano assoggettati al potere esecutivo. È l’asse portante della mobilitazione della magistratura associata e, a cascata, della sinistra politica. Peccato che sia un argomento semplicemente e incontrovertibilmente falso.
Non discutibile, non controverso, non opinabile. Falso sul piano tecnico e giuridico. La riforma sottoposta a referendum non contiene alcuna norma, diretta o indiretta, che consenta al governo di controllare, indirizzare o condizionare l’azione dei pubblici ministeri. Non introduce gerarchie ministeriali, non attribuisce poteri di indirizzo all’esecutivo, non modifica l’autonomia costituzionale del PM. Non tocca nemmeno lontanamente il rapporto tra magistratura requirente e potere politico. Per arrivare a un PM “dipendente dal governo” servirebbe una riforma costituzionale ad hoc, profonda, radicalmente diversa: revisione dell’articolo 104, ridefinizione del CSM e dello statuto del pubblico ministero, nuovi equilibri tra poteri dello Stato.
Un percorso lungo, estremamente complesso, politicamente rischioso e giuridicamente trasparente. Nulla di tutto questo è sul tavolo oggi. E, soprattutto, nulla di ciò che propone questa riforma lo agevolerebbe in alcun modo. L’argomento, dunque, non descrive un effetto reale della riforma, ma un’ipotesi, eventuale, futura, immaginata; null’altro che un volo pindarico: “oggi separiamo le carriere, domani il PM finirà sotto controllo del governo”. Una catena causale che non esiste, vive solo nella narrazione politica di chi vuole che non cambi nulla. Un classico scivolamento logico: si combatte una riforma reale evocando una riforma diversa che nessuno ha proposto.
E qui emerge il punto focale. Perché questo argomento, pur sapendo essere falso, viene agitato con tanta forza? Perché, tolta questa paura, resta ben poco. La separazione delle carriere non limita l’indipendenza della magistratura; limita semmai un’anomalia tutta italiana: la contiguità strutturale e culturale tra giudice e PM, che altera l’equilibrio del processo e concentra un potere enorme nelle mani dell’accusa, senza adeguati contrappesi e senza responsabilità effettiva. È questo il nodo che viene accuratamente evitato. L’attuale assetto assegna al pubblico ministero un potere straordinario: decide chi indagare, per quanto tempo, con quali priorità, con quali effetti reputazionali e personali, spesso senza alcuna reale possibilità di controllo. Difendere questo sistema in nome dell’indipendenza significa confondere l’autonomia dalla politica con l’irresponsabilità istituzionale. Se la preoccupazione fosse davvero la tutela della democrazia, la sinistra dovrebbe fare l’opposto di ciò che fa oggi: accettare la separazione delle carriere (che peraltro anni fa caldeggiava), rafforzare le garanzie di autonomia, introdurre meccanismi seri di responsabilità, trasparenza e prevedibilità. Invece difende lo status quo e lo ammanta di retorica costituzionale.
Il risultato è un corto circuito evidente: si denuncia un pericolo inesistente per evitare di discutere un problema reale. Si brandisce la Costituzione contro una riforma che non la viola, mentre si ignora che l’equilibrio dei poteri non è un dogma immobile, ma un sistema che va corretto quando produce squilibri. Il “PM assoggettato al governo” è lo spauracchio più efficace, perché parla alla pancia e alla memoria storica. Ma è anche il più fragile, perché non ha alcun fondamento nella riforma in votazione. E quando l’argomento più forte è falso, il problema non è il referendum. È la debolezza di chi cerca di fermarlo.
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