- 16 giorni al voto
Referendum giustizia, separare per spezzare le dinamiche corporative
Un referendum che chiama i cittadini a votare su una riforma costituzionale che intende modificare il sistema giudiziario impone un’assunzione di responsabilità. Impone il dovere di fornire una informazione corretta sui quesiti referendari perché ci sia da parte dei cittadini un voto consapevole. Dai sostenitori del No si è scelto invece la propaganda, non la verità. Si punta alla disinformazione, o meglio ad una informazione mistificata, non per spiegare ma per assicurarsi ad ogni costo il voto. L’Anm si sta muovendo come un soggetto politico abdicando alla terzietà e contraddicendo il ruolo, che la Costituzione ha affidato ai magistrati, di imparzialità che pretende di tutelare. Un potere dello Stato che si organizza per contrastare il legittimo esercizio della prerogativa di un altro potere dello Stato è davvero, questo sì, in contrasto con la Costituzione.
D’altro canto, l’Anm si è sempre opposta ad ogni intervento che toccasse il proprio status quo, a tutte le riforme della giustizia: dalla riforma Vassalli alla legge sulle indagini difensive, all’introduzione del giusto processo nell’art. 111 della Costituzione che afferma la parità delle parti davanti al Giudice terzo e imparziale, e ancora la riforma Castelli, per finire a quella Cartabia. Sostenere, come fanno i propagandisti del No, che questa riforma costituirebbe un attacco all’indipendenza della magistratura e una sottomissione dei magistrati inquirenti al potere politico, è una mistificazione della verità. La riforma non modifica l’art. 104 della Costituzione, che sancisce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. È davvero deludente che la sinistra schierata per il No sostenga una posizione di natura corporativa dell’Anm piuttosto che farsi carico dei diritti e delle garanzie dei cittadini nel processo. Mostra peraltro di avere memoria corta perché la separazione delle carriere è sempre stata considerata dalla sinistra il naturale completamento della riforma Vassalli, che ha introdotto nel nostro sistema il processo accusatorio.
La riforma intende sottrarre il Csm a logiche di appartenenza e dinamiche corporative. Le vicende degli ultimi anni (vedi scandalo Palamara) hanno mostrato gravi criticità nella sua composizione e nei meccanismi interni, alimentando sfiducia nell’opinione pubblica. Intervenire quindi sulle regole che governano il sistema significa ridurre opacità, rafforzare la trasparenza e riequilibrare i rapporti tra chi accusa e difende. Un principio cardine di ogni democrazia liberale è la distinzione netta tra chi accusa e chi giudica. Quindi rendere più netta questa distinzione introducendo la separazione delle carriere significa rafforzare il principio di terzietà del giudice, che è cardine dello Stato di diritto.
Votare Sì è una scelta per una giustizia fondata sull’equilibrio dei poteri e sulla tutela effettiva dei diritti dei cittadini. La nostra Costituzione affida alla magistratura un ruolo di garanzia, non di supremazia. Quindi il voto non può essere contro il governo: quello ognuno può riservarsi di darlo in occasione delle elezioni politiche. Deve essere un voto consapevole per un sistema giudiziario più equilibrato, più trasparente, più imparziale, più vicino ai cittadini.
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