Manuela Kustermann, attrice, regista, innovatrice, da molti anni anche direttrice artistica del Teatro Vascello e punta di diamante della tendenza più illuminata e anticonformista in Roma è da sempre su posizioni politiche progressiste. Parla con il Riformista di teatro, cultura e dello scottante referendum.

Nel momento così turbolento che il mondo intero sta vivendo, in particolare i venti di guerra che scuotono le certezze a cui, soprattutto noi europei, eravamo ormai abituati, qual è il suo sguardo, da artista pura e impegnata da diversi decenni nel teatro e non solo, sul mondo dello spettacolo italiano in senso generale?
«È un momento di radicale mutazione. Forse come non c’è mai stata. Certamente in mia memoria. Credo inoltre che il “meglio o il peggio” debba ancora venire. Decifrare questo momento di passaggio è complicatissimo. Interpretarlo, per esempio teatralmente, è come attraversare le Colonne d’Ercole: mancano i riferimenti, e la tentazione di usare vecchie mappe è un esercizio quantomeno inutile».

Nel panorama artistico e culturale degli anni sessanta e settanta, da lei vissuto come giovane e rivoluzionaria protagonista, così denso di incredibili protagonisti in tutti i campi dell’arte, come giudica l’attuale scena culturale italiana?
«Conformista. Troppo spesso acritica. A volte banale. Anche se per fortuna non mancano le eccezioni, spesso ignote, ma non sono pochi. C’è ancora speranza».

Il paese è oggi diviso da una forte contrapposizione politica, dove spesso il ruolo riformista sembra appartenere più al governo che all’ opposizione. Qual è la sua posizione riguardo al referendum sulla riforma della Giustizia?
«La politica l’ho sempre vissuta attraverso il modo con cui si è riflessa nel mondo culturale. Questo per dire che non l’ho mai affrontata di petto. Dopodiché, banalmente, utilizzando il buonsenso di mia nonna, mi verrebbe da dire che chi giudica è meglio che appartenga ad una categoria diversa da chi accusa».

Giorgio Cavagnaro

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