Il regime di Teheran semina vittime – si parla di circa 12.000 tra esecuzioni sommarie e repressione di piazza- ed è un numero destinato purtroppo a crescere. Donald Trump incita i manifestanti a resistere e annuncia che “gli aiuti stanno per arrivare” e questo fa ben sparare, affinché non si ripeta la tradizionale indifferenza che il mondo conobbe a Praga e Budapest.

I continui appelli rivolti ai cittadini americani lasciano intuire che l’attacco è prossimo, e più le maglie del regime si stringono con il bagno di sangue che ne consegue, più gli Stati Uniti sono obbligati a intervenire. Ma la cautela di Washington in queste ore è dovuta alla consapevolezza che abbattere il regime degli Ayatollah non è semplice e la spallata esterna potrebbe non bastare. Se il Venezuela ci ha insegnato qualcosa sulla “‘dottrina Donroe” non è tanto sulla imprevedibilità di Trump – quella è risaputa – quanto sulla sua volontà di non lasciarsi dietro macerie, caos e instabilità.

Di qui i passi ponderati su Teheran, perché quello che gli analisti americani si chiedono è quanto possa reggere il regime. E qui si apre l’interrogativo più difficile: che la teocrazia sia sfiduciata e nella sua parabola discendente non ci sono dubbi del resto l’aumento delle violenze e della repressione ne è un segno tangibile, ma parliamo sempre di un regime che è al potere dal 1979 e che si regge su una struttura bicefala. Da una parte il potere religioso preponderante con a capo la “Guida Suprema” e poi gli organi dello Stato, quelli elettivi, lo stesso avviene sul piano militare dove sussiste il dualismo tra “Pasdaran” e le Forze Armate. Un equilibrio fondato sul dualismo che, seppur non paritario risulta come un paracadute per il regime, e garantisce una saldatura diversamente ravvisabile in altri contesti.

Questo per dire che per quanto “il Napalm al mattino” possa essere un aiutino concreto ai manifestanti e un freno alla crudeltà del regime, è evidente che vada anche minato quell’equilibrio, e rintracciato un punto di incontro tra l’opposizione e i militari. Il futuro dell’Iran ci riguarda tutti, per questo evitare una guerra civile è un passo obbligato. Qualunque sarà la configurazione prossima della Persia la sua posizione strategica obbliga Stati Uniti e Europa a non compiere passi falsi. Il crollo iraniano potrebbe favorire ulteriormente l’espansionismo neo ottomano di Ankara e rappresentare un nuovo pericolo. Mentre un Iran libero dagli Ayatollah e alleato dell’occidente rappresenterebbe un cambio radicale degli equilibri con una Turchia che si troverebbe stretta tra Iran/Persia e Israele. Una vera e propria minaccia alle ambizioni di Erdoğan e soci.

Questo per comprendere che la partita non è solo locale, ma regionale e globale. Una pedina di una scacchiera più grande. Può sembrare cinico certo, ma così va il mondo, così si fa la storia. Questo non fa venir meno in alcun modo lo spirito persiano di chi oggi nel solco di una tradizione bimillenaria lotta per abbattere un regime fanatico che, come Cronos, divora i suoi figli pur di non perdere il suo potere, fondato sul fanatismo e la paura.

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Nato nel 1994, esattamente il 7 ottobre giorno della Battaglia di Lepanto, Calabrese per grazia di Dio e conservatore per vocazione. Allievo non frequentante - per ragioni anagrafiche - di Ansaldo e Longanesi. Direttore di Nazione Futura dal settembre 2022 a maggio 2025. Oggi e per sempre al servizio della Patria. Fumatore per virtù - non per vizio - di sigari, ho solo un mito: John Wayne.