L'intervista
Riforma giustizia, Cintoli: “È civiltà giuridica liberare la magistratura dal correntismo. E si può fare solo col sorteggio”
Fabio Cintioli, avvocatissimo, ex magistrato, ordinario di Diritto Amministrativo dell’Università degli Studi Internazionali di Roma. Un curriculum lungo un braccio a cui si aggiunge la carica di componente del Comitato Sì Riforma, fotografa per noi le ragioni del Sì nel prossimo referendum della giustizia che porterà gli italiani al voto il 22 e il 23 marzo.
Professore, quali sono le ragioni principali che l’hanno portata a sostenere il Sì?
«Io credo nello Stato liberale di diritto e questa è una riforma liberale. La mia esperienza personale e di studioso, mi ha spinto a dare un contributo a questo dibattito: sono stato magistrato e poi consigliere di Stato, prima di diventare professore e avvocato di diritto amministrativo. Inoltre, penso che una riforma come questa, che rende effettivo il principio di terzietà del giudice dell’art. 111 della Costituzione, potrà migliorare il rapporto tra amministrazione e giurisdizione. Si potrà meglio equilibrare posizione dell’accusa e della difesa nelle indagini preliminari, che spesso hanno influito sull’efficienza dell’amministrazione, alimentando la c.d. cultura del sospetto e riducendo il raggiungimento del “risultato” amministrativo».
La riforma è una “battaglia di civiltà giuridica” per l’amministrazione della giustizia?
«Sì, se con questa espressione si vuol dire che la riforma completa un percorso intrapreso con il nuovo processo accusatorio del 1989, che porta il nome di Giuliano Vassalli, e proseguito con la modifica dell’art. 111 Cost. di Marcello Pera e Cesare Salvi. Un percorso poi interrotto per 20 anni. PM e giudice sono due cose separate e il giudice è terzo rispetto a entrambe le parti del processo. È civiltà giuridica liberare la magistratura dal correntismo, come sistema che ha governato, nei fatti, l’evoluzione delle carriere dei magistrati. E questo si fa attraverso il sorteggio. Le correnti avranno avuto forse la loro giustificazione storica in un tempo lontano, ma non più ai nostri giorni».

Quali vantaggi concreti apporterebbe la separazione delle carriere?
«Se parliamo del rapporto tra giudice e amministrazione, la terzietà del giudice potrebbe aiutare l’amministrazione ad essere non solo più efficiente, ma meno spaventata. Se parliamo dell’efficienza organizzativa interna agli uffici giudiziari, avremmo davanti una vera occasione per dare un volto più moderno ed efficiente alla giustizia sul piano organizzativo. Non capisco e non condivido l’approccio troppo conservatore e sempre diffidente rispetto al futuro assunto dai sostenitori del No».
Come interpreta il ricorso presentato al TAR del Lazio da chi ha promosso il No?
«Non conosco i dettagli e non me ne sono occupato da avvocato. Secondo me, il ricorso era infondato. Erano state già depositate due raccolte di firme alla Corte di Cassazione, che aveva formulato ed ammesso il quesito. E quindi il Governo ha fissato la data entro il termine di legge. Che si fa adesso, si mette un altro quesito e votiamo due volte? Non trovo il punto, a meno che qualcuno sostenga, e non mi pare possibile, che la Cassazione abbia sbagliato a scrivere il quesito».
Cosa pensa dell’atteggiamento e delle prese di posizione aggressive dell’ANM?
«La difesa del Sì non deve essere assolutamente percepita come un’aggressione alla Magistratura, ai cui ranghi ho avuto l’onore di appartenere. Non comprendo perché si debba insistere nel dire, da parte di quasi tutti i sostenitori del No, che la riforma limita l’indipendenza del giudice o del PM a beneficio della politica: in concreto, la riforma prevede due CSM, uno per i giudici e uno per il PM, nei quali è confermata la stessa larga maggioranza dei togati prevista nel CSM attuale e la Presidenza del Capo dello Stato. Ci sono altri argomenti, più interessanti e più aderenti alla realtà della riforma, sui quali dovremmo discutere lealmente tra sostenitori del Sì e del No. Io credo che siamo proprio noi giuristi, ad avere il dovere di informare i cittadini per una scelta consapevole. Proprio noi dobbiamo evitare di “buttarla in politica”».
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