La decisione del governo spagnolo di vietare l’uso del proprio spazio aereo ai velivoli militari statunitensi coinvolti nelle operazioni contro l’Iran è l’ultimo tassello di una linea politica e ideologica già tracciata all’inizio del mese.

In quell’occasione, Madrid aveva negato l’utilizzo delle basi congiunte di Rota e Morón per missioni legate al conflitto. Oggi quel diniego si estende allo spazio aereo iberico. Il governo di Pedro Sánchez ha motivato la decisione sostenendo di non voler essere coinvolto in una guerra ritenuta “non conforme al diritto internazionale” e non condivisa sul piano politico. Una posizione formalmente legittima, che rientra nei margini di sovranità nazionale e negli spazi di autonomia consentiti anche all’interno dell’alleanza atlantica. Ma la legittimità giuridica non esaurisce la valutazione politica.

Dal punto di vista operativo, la Spagna occupa una posizione strategica tutt’altro che secondaria. La penisola iberica rappresenta uno snodo fondamentale nelle rotte tra gli Stati Uniti e il Medio Oriente. Il divieto di sorvolo costringe gli assetti americani a ricalcolare le traiettorie, con inevitabili ricadute logistiche. Non si tratta solo dei velivoli da combattimento o dei bombardieri, ma dell’intero sistema che rende possibile un’operazione militare su lunga distanza: aerei cisterna per il rifornimento in volo, trasporto di materiali, rotazione del personale, catene di supporto. Ogni deviazione comporta un aumento dei tempi, dei costi e della complessità operativa. In altre parole, la scelta di Madrid non è neutra: incide concretamente sulla capacità di un alleato di condurre le operazioni militari. È una forma di non collaborazione che si traduce, nei fatti, in un ostacolo.

Non sorprende, allora, che a questa presa di distanza abbia fatto eco una disponibilità iraniana ad “ascoltare” eventuali richieste spagnole sul transito nello Stretto di Hormuz. Non si tratta di un accordo formalizzato, ma il segnale è evidente: Teheran distingue tra Paesi ostili e Paesi che scelgono di non allinearsi. Non è quindi una coincidenza che la Spagna sia l’unico Paese europeo che potrebbe beneficiare dell’indulgenza dei Pasdaran. La valutazione politica diventa allora inevitabile. La decisione del governo Sánchez finisce per produrre un effetto paradossale: mentre gli Stati Uniti e i loro alleati cercano di neutralizzare nel più breve tempo possibile le capacità offensive dell’Iran, uno Stato europeo sceglie una politica che offre, di fatto, un vantaggio al soggetto che si vorrebbe impedire di nuocere.

Un conto è esprimere dissenso politico, come altri hanno fatto, un altro è assumere decisioni che, sul piano concreto, finiscono per agevolare la controparte. In questo senso, la linea di Madrid appare come una scelta che indebolisce il fronte occidentale proprio nel momento in cui la coesione sarebbe più necessaria. Ci si aspetterebbe, da un Paese europeo e membro della Nato, una valutazione più ampia, capace di tenere insieme princìpi e interessi. Perché la stabilità del Medio Oriente, la sicurezza delle rotte energetiche e il contenimento di un regime ostile non sono questioni che riguardano solo Washington e Gerusalemme, ma incidono direttamente sugli equilibri economici e strategici dell’Europa e non solo. La scelta di Sánchez, invece, va nella direzione opposta, rischiando di allontanare l’Europa da quella linea di coerenza strategica che, oggi più che mai, sarebbe necessaria.