È l’epitaffio di Villiers che Leonardo Sciascia scelse per essere ricordato, un inno che restituisce il suo ultimo paradosso: sfidare la scommessa di Pascal sull’esistenza di Dio. Il ritorno alle terre di zolfare dell’agrigentino che gli ha dato i natali nel 1921, dalla quale eredita l’umorismo pirandelliano e il materiale narrativo dei suoi primi libri, Le parrocchie di Regalpetra (1956) e Gli zii di Sicilia (1958), che destano immediatamente l’attenzione della critica letteraria più engagé. La Sicilia,  le indagini sulla mafia e quel relativismo  della conoscenza, per cui la realtà è più ingarbugliata di come appare – Gadda pubblica negli stessi anni Il Pasticciaccio – inaugurarono la stagione del giallo. Il giorno della civetta (1961), scritto in seguito all’assassinio del sindacalista Miraglia nel 1947,  e A ciascuno il suo (1966), che scavalcano la definizione confinante di giallo e nobilitano a livello sociale un genere letterario da sempre bistrattato. Intanto si trasferisce a Palermo, comincia  a collaborare con il Corriere della sera e a dedicarsi al romanzo, Il contesto, pubblicato poi nel 1971: una critica nelle vesti di divertissement al sistema giudiziario di una terra immaginaria, nella quale è facilmente riconoscibile l’Italia degli anni 70.  Il contesto gli vale la candidatura al premio Campiello, che Sciascia decide sapientemente di ritirare in seguito alle forti polemiche suscitate dal dibattito politico-intellettuale. Nel ’74 Todo modo è l’occasione di polemizzare con le alte gerarchie ecclesiastiche,  attraverso un poliziesco di «cattolici che fanno politica», cardinali e uomini politici impegnati tra riti spirituali e delitti.  Nel 1975 scrive La scomparsa di Majorana (avvenuta nel 1938), un’indagine rielaborata in forma di prosa sulla scomparsa del fisico Ettore Majorana, e nello stesso anno viene eletto segretario regionale del Pci alle elezioni comunali di Palermo. Incarico che abbandonerà due anni più tardi, quando assumerà posizioni
molto critiche nei confronti della direzione  del partito, alla quale aveva manifestato tutta la sua contrarietà a proposito del compromesso storico.

Il caso Moro porta Sciascia sulle tracce delle lettere di prigionia dell’onorevole durante i 55 giorni di sequestro, delineando un urgente ritratto di «opera di verità», pubblicata nel ’78 con il titolo di L’affaire Moro. Sebbene il caso avesse tratti al limite del romanzesco, ricordando certe pagine di Pasolini, Sciascia investe qui la letteratura di un ulteriore ruolo: svelare il senso della tragedia dietro la solitudine di un uomo, prima ancora che di un politico incatenato. Il 1979 consacra l’entrata di Sciascia tra i Radicali, candidandosi sia al Parlamento europeo che alla Camera, vincendo entrambe le elezioni, ma preferendo dapprima la sede di Strasburgo e dopo appena due mesi accettando l’incarico a Montecitorio, dove rimarrà fino al 1983. Come membro della Commissione parlamentare d’inchiesta, Sciascia si occupa della strage di via Fani, dell’assassinio di Moro, del problema terrorismo in Italia, a proposito del quale mantiene posizioni antigiustizialiste. Si schiera dapprima contro la legislazione d’emergenza, che in quegli anni inasprì la pena per molti reati, poi nel 1982 quando il Partito Radicale denuncia le torture inflitte dalla polizia ai brigatisti, Sciascia prende una posizione inamovibile. Intanto continua a muoversi tra l’attività parlamentare,  quella di curatore di mostre e quella giornalistica con il lucido sguardo che caratterizzò sempre la sua attività e polemizzando nel ’87 sulle colonne del Corriere con quelli che definì gli «eroi della sesta», i magistrati palermitani del pool antimafia, tra i quali capitò anche Borsellino, accusandoli di carrierismo. Due anni dopo, a causa di un male incurabile, il 20 novembre 1989 muore da laico. E noi, su questo pianeta, lo ricordiamo ancora.