Letture
Lo scaffale
Scusate il disturbo, il disagio mentale non è una colpa: la soluzione è l’empatia
Una bella e concreta riflessione su uno dei più seri problemi della nostra società. Caroli e Chirizzi propongono servizi, reti e linguaggi capaci di accogliere chiunque:
C’è una frase, nel libro “Scusate il disturbo – Storie e idee per un nuovo sguardo sulla salute mentale” di Francesco Caroli e Scilla Chirizzi (Laurana Editore), che merita di essere riletta con attenzione: «Le parole contano. I racconti contano. Contano i volti che parlano pubblicamente di disagio, i personaggi che vediamo nei film o nei telegiornali, il linguaggio dei giornali, delle trasmissioni televisive, dei social. Ogni racconto può contribuire a ridurre la paura e la vergogna, oppure a rafforzarle». Sono parole che dicono molto sul tempo in cui viviamo. Perché, se è vero che negli ultimi anni si è parlato più spesso di salute mentale, è altrettanto vero che il modo in cui se ne parla resta ancora intriso di pregiudizi e paure.
Il libro di Caroli e Chirizzi tenta di superare proprio questa soglia: quella che separa il linguaggio tecnico della psichiatria dalla narrazione pubblica, quella che trasforma la malattia in stigma invece che in esperienza umana. Non è un saggio scientifico, ma un invito al confronto. Un appello, potremmo dire, alla corresponsabilità sociale. Gli autori chiedono di rimettere al centro l’ascolto, di costruire una narrazione diversa, più coraggiosa e più giusta. Parlano di guarigione, di accoglienza, di risorse. Di un modo nuovo di raccontare il disagio psichico: non come qualcosa da nascondere o da temere, ma come un percorso che si può attraversare, se si è accompagnati nel modo giusto.
Accanto alle storie ci sono i contributi di clinici e professionisti che aiutano a sfatare falsi miti e a comprendere meglio i disturbi, raccontano gli autori. Attraverso un approccio multidisciplinare e multiprofessionale, nel volume intervengono urbanisti, insegnanti, manager e sportivi. Perché, come sottolineano Chirizzi e Caroli, la salute mentale riguarda tutti: non solo medici e psicologi, ma anche chi progetta città più vivibili, chi guida aziende attente al benessere, chi lavora nella scuola o nello sport. È un villaggio intero che deve prendersi cura del benessere mentale collettivo. La salute mentale è una responsabilità collettiva.
Tra le immagini più suggestive del volume c’è quella della panchina del Portello, a Milano: 208 metri di legno e ferro, la più lunga del mondo. Una panchina che attraversa un intero parco e invita a sedersi, osservare, condividere. Un simbolo, scrivono gli autori, di accoglienza e comunità. Da qui la loro proposta, tanto simbolica quanto concreta: costruire la “panchina della salute mentale più lunga del mondo”, fatta non di viti e assi, ma di servizi, reti, luoghi e linguaggi capaci di accogliere chiunque. Dietro la metafora si intravede una visione ampia: quella di una società che considera la salute mentale non un affare di pochi specialisti, ma un compito collettivo. Perché il volume richiama anche un’iniziativa significativa del Comune di Milano, il Manifesto “Salute mentale bene in comune”, frutto del lavoro congiunto tra istituzioni, ordini professionali e Terzo Settore. Un documento che delinea una strategia complessiva, capace di tenere insieme cura, prevenzione e cultura.
Dal sistema sanitario alla scuola, dal linguaggio giornalistico alla vita quotidiana, l’idea è quella di costruire una rete stabile e solidale. In fondo, questo è il messaggio più importante del libro: la salute mentale non è un capitolo separato della vita civile, ma una sua componente essenziale. E se le parole contano — come ci ricordano gli autori — allora vale la pena cominciare da lì, da un linguaggio che restituisca dignità, vicinanza e speranza a chi troppo a lungo è rimasto ai margini del discorso pubblico.
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