Rafforzare la sicurezza energetica, accelerare lo sviluppo delle rinnovabili e mantenere la competitività industriale nel percorso di decarbonizzazione. È questa la linea indicata dal viceministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Vannia Gava. La transizione deve procedere con pragmatismo e neutralità tecnologica: «La priorità è rafforzare la sicurezza energetica», osserva, indicando nella diversificazione delle forniture e nel rafforzamento delle infrastrutture una condizione essenziale per garantire stabilità ai mercati e alle imprese.

Viceministro, è stata la settimana del Key Energy, che arriva in un momento molto delicato dal punto di vista internazionale. Quali sono le direzioni su cui concentrare le attenzioni dei player del settore?
«La priorità è rafforzare la sicurezza energetica. L’Italia punta a diversificare fornitori e rotte, riducendo la dipendenza da singoli Paesi, e a potenziare il mix energetico nazionale. Cooperazione europea e mediterranea resta strategica per infrastrutture critiche, interconnessioni elettriche e rinnovabili. Servono, poi, strumenti di lungo periodo per stabilizzare i mercati e attrarre investimenti privati, rafforzando la fiducia delle imprese. È quello che stiamo facendo, ad esempio, rafforzando il meccanismo dei PPA. Siamo sempre aperti a introdurre nuove semplificazioni negli iter autorizzativi».

Con il rincaro dei costi energetici e le tensioni internazionali, in particolare la situazione in Iran che influenza i mercati globali, quale postura può adottare il Governo per rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti e stabilizzare i prezzi per famiglie e imprese?
«La direzione del Governo è chiara: proteggere cittadini e imprese affrontando l’emergenza e costruendo indipendenza energetica nel lungo periodo. Poiché il prezzo delle materie prime dipende da rotte critiche come lo Stretto di Hormuz, tensioni o blocchi possono provocare forti rialzi; serve quindi agire subito con misure che riducano la volatilità e prevengano speculazioni. Questo conferma, ancora una volta, che occorre intervenire in Ue sui meccanismi di formazione dei prezzi. Parallelamente, è chiaro che occorre incrementare scorte strategiche e stoccaggi nazionali, essenziali per garantire energia disponibile e stabilizzare il mercato. La strategia di lungo periodo prevede anche il contributo del nucleare di nuova generazione. Cooperazione europea e diplomazia energetica restano fondamentali per gestire shock di offerta, diversificare forniture e aggiornare strumenti di mercato comuni».

Sul nucleare a che punto siamo?
«Il nucleare di nuova generazione rappresenta una fonte di energia pulita e programmabile, fondamentale per ridurre la dipendenza dal gas e garantire stabilità dei prezzi a beneficio di cittadini e imprese. Il Governo ha approvato un disegno di legge delega, che definisce regimi autorizzativi, utilizzi, ricerca e formazione, accompagnato da una campagna informativa rivolta a imprese e territori per chiarire benefici e sicurezza di questa tecnologia che, voglio ricordarlo, vede l’Italia eccellere per competenze industriali lungo tutta la filiera energetica. Questo percorso si inserisce nell’Alleanza nucleare europea, con l’obiettivo di sostenere l’innovazione e garantire un quadro normativo e finanziario coerente a livello europeo».

Nel processo di diversificazione rientrano anche le rinnovabili.
«Le fonti rinnovabili sono centrali ma servono soluzioni pragmatiche e, soprattutto, integrate con altre fonti di energia. Il Testo Unico e il decreto Ambiente hanno semplificato gli iter autorizzativi, definendo aree idonee con tempi certi e riducendo conflitti e contenziosi; le Comunità Energetiche Rinnovabili, incentivate con strumenti specifici, favoriscono l’autoconsumo collettivo, la produzione locale e la riduzione delle bollette per famiglie e PMI; il potenziamento delle Commissioni VIA ci consente di ridurre i tempi per la valutazione dei progetti. Ma serve anche affrontare una questione sempre più centrale: i territori, il più delle volte, gli impianti non li vogliono».

Lei è molto impegnata sul fronte dell’Economia circolare. Sul riciclo della plastica la filiera italiana è un’eccellenza europea, ma attraversa una fase di difficoltà a livello europeo e nazionale, colpito da calo della domanda, costi energetici e concorrenza delle materie prime vergini. Come sostenere il comparto?
«Il Tavolo plastiche con associazioni di categoria, consorzi, ISPRA, ENEA e ANCI, è il perno dell’azione di coordinamento avviata dal Ministero per sostenere un settore strategico per l’economia circolare e la competitività. Con l’Agenzia delle Dogane abbiamo firmato un protocollo per rafforzare i controlli alle frontiere sui flussi di materie prime, vergini e riciclate, migliorando tracciabilità e certificazione. Stiamo anche risolvendo le problematiche locali con la collaborazione di ANCI e dei consorzi. In parallelo, prosegue il dialogo con la Commissione Ue su criteri End-of-Waste e regole sul riciclo chimico. Abbiamo, inoltre, attivato strumenti di sostegno alle imprese come il credito d’imposta per l’acquisto di materiali riciclati – che vorremmo rendere strutturali – e misure per ridurre i costi energetici tramite l’Energy release, insieme ad un rafforzamento dei sistemi di responsabilità estesa del produttore».

C’è un altro tema centrale, quello dell’acqua: quali misure sono in campo per garantire sicurezza idrica e protezione del territorio, soprattutto alla luce degli eventi climatici estremi come quelli recenti?
«Interveniamo su più fronti, rafforzando la capacità dello Stato di gestire i rischi con prevenzione e strumenti decisionali efficaci basati su dati affidabili, come il Progetto SIM, finanziato con 500 milioni PNRR, tra i sistemi integrati di monitoraggio più avanzati in Europa. Per il dissesto idrogeologico sono stati stanziati oltre 2 miliardi di euro e introdotte norme ad hoc per accelerare la spesa e semplificare gli iter burocratici. Parallelamente, promuoviamo una gestione integrata delle risorse idriche con normative sul riuso delle acque reflue, uso dei desalinizzatori e programmi infrastrutturali mirati anche oltre i 4 miliardi del PNRR, come il PNIISSI da 12 miliardi, per potenziare reti, invasi e impianti di trattamento».

In che modo l’Italia può conciliare gli obiettivi climatici e la competitività industriale, evitando che le politiche ambientali diventino un freno per le imprese, specialmente nei settori ad alta intensità energetica?
«L’Italia segue un approccio di neutralità tecnologica, puntando a una transizione graduale e sostenibile. Il percorso di decarbonizzazione combina rinnovabili, accumuli, idrogeno e tecnologie low-carbon, garantendo flessibilità ai settori energivori e includendo il nucleare come componente strategica per stabilizzare prezzi e sicurezza energetica. È ora, anche passata, che l’Europa capisca che va modificato il sistema ETS, con meccanismi che compensino i costi indiretti per le imprese energivore, accompagnino gli investimenti, evitando delocalizzazioni e proteggendo la competitività della nostra industria».

Quanto conta il consenso sociale dei progetti energetici e ambientali?
«È fondamentale: cittadini e comunità devono comprendere e sostenere i progetti energetici, perché la transizione riguarda direttamente la loro vita e le loro imprese. Il Ministero promuove il dialogo con i territori, campagne informative e strumenti di partecipazione per spiegare benefici, opportunità e sicurezza delle nuove tecnologie, dalle rinnovabili al nucleare di nuova generazione. Coinvolgere le comunità significa accompagnare una vera transizione culturale, superare le resistenze e favorire un cambio di passo che sia sostenibile, equo e a vantaggio di tutti, nessuno escluso».