Politica
Tajani, accuse gravi e infamanti dal M5S in Parlamento: “È a libro paga di un governo straniero”. La deriva comunicativa
Quando nell’aula del Parlamento – luogo che per definizione dovrebbe rappresentare il massimo grado di responsabilità politica e istituzionale – si accusa il ministro degli Esteri di essere “a libro paga di un governo straniero”, non si tratta soltanto di un attacco personale. È un atto che mette in discussione la lealtà di un rappresentante eletto verso il proprio Paese. In assenza di prove concrete, affermazioni di questo tipo non sono più uno strumento di controllo democratico, ma una forma di delegittimazione che può minare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni stesse.
La retorica del sospetto
Il Parlamento dovrebbe essere la sede del confronto basato su argomenti, dati e visioni alternative. Quando la senatrice Alessandra Maiorino, dei 5 Stelle, usa a piene mani la retorica del sospetto e l’accusa di corruzione senza alcuna prova contro Antonio Tajani, il dibattito pubblico diventa un concentrato di qualunquismo, un discorso che non critica le politiche di un avversario, ma che vuole negargli legittimità democratica. Formule gridate e una rappresentazione degli avversari come nemici del popolo più che come avversari politici. Un modo di avvelenare il Paese che arriva dagli stessi che urlavano “Mai con il partito di Bibbiano”, usato come grimaldello polemico per colpire l’intero Partito democratico, nonostante l’assenza di responsabilità diretta.
Accuse gravi e infamanti
Una continuità: l’uso di accuse gravi, infamanti, prive di riscontri, come arma politica. Queste sono le stesse persone con le quali Elly Schlein sta costruendo alleanze; le stesse che i riformisti dovrebbero votare; gli stessi che da anni riducono il dibattito politico a slogan e attacchi personali infamanti, senza mai confrontarsi sui contenuti e sulle soluzioni concrete ai problemi. Il dibattito acceso e il confronto anche duro sono elementi vitali per una democrazia. Ciò che diventa problematico è l’uso sistematico dell’invettiva e della delegittimazione come arma politica principale. Quando il discorso pubblico si riduce a insinuazioni di corruzione senza prove, l’effetto è quello di disorientare i cittadini e alimentare la sfiducia. Una deriva comunicativa che non arricchisce il dibattito, ma lo impoverisce, trasformandolo in un’arena di sospetti e invettive.
Il ritorno ad un confronto costruttivo
Se il confronto democratico vuole tornare a essere costruttivo, è necessario che le forze politiche, qualunque sia il loro schieramento, riconoscano la legittimità dell’avversario e si sfidino sul piano dei contenuti, non delle accuse generiche. Solo così sarà possibile restituire ai cittadini fiducia nelle istituzioni e ridare dignità alla parola politica.
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