Il dibattito su Tangentopoli, in occasione del suo trentennale, è ovviamente inquinato dalle consuete logiche di contrapposizione tra opposte tifoserie politiche. Troppo profonde sono state le cicatrici che quello tsunami ha lasciato impresse nella storia politica del nostro Paese, per pensare di poterne parlare con un minimo di equilibrio e di onestà intellettuale. La strada più comunemente liquidatoria è quella di schiacciare la riflessione sul tema della corruzione politica, come se i critici di quella indagine dovessero automaticamente iscriversi tra i paladini della corruzione politica, o di quella classe dirigente più in generale.

Ovviamente, nessuno di noi critici di quella storia giudiziaria pensa di negare che vi fosse una diffusa corruzione nella vita pubblica, in gran parte innescata dal complesso fenomeno del finanziamento della politica; né tanto meno pretende di sostenere che questa meritasse l’impunità. Il tema è tutt’altro, ed è innanzitutto il tema delle regole che una inchiesta giudiziaria dovrebbe sempre e comunque rispettare. Per esempio, l’idea di iscrivere tutte le notizie di reato per i più svariati reati contro la Pubblica Amministrazione mano a mano emergenti in un solo, gigantesco fascicolo di indagine, con quell’unico numero di registro, e soprattutto con un solo Giudice delle Indagini preliminari, fu una scelta totalmente estranea alle regole.

Nessuno ha mai fatto questo prima, nessuno ha mai fatto questo dopo, né a Milano né in qualunque altra Procura d’Italia. Dunque è lecito denunciare quella clamorosa violazione delle regole, e soprattutto è legittimo interrogarsi sulle ragioni di un fatto così clamoroso ed anomalo. Perché si volle quell’unico Gip, visto che è quel Giudice che decide se accogliere o meno le richieste di arresto o di sequestro o di intercettazione formulate dagli inquirenti, ed è suo il compito di controllare la legittimità delle indagini? E che dire dell’uso della qualificazione giuridica del fatto per ottenere confessioni o dichiarazioni accusatorie?

L’imprenditore che è sospettato di aver dato denaro al politico, sa che se nega il fatto sarà considerato corruttore, e come tale andrà a San Vittore; se accusa si salva, perché il premio sarà di considerarlo vittima di una concussione del politico. Ed anche qui, siamo fuori da ogni regola di uno stato di diritto, perché la qualificazione giuridica del fatto non è, ovviamente, uno strumento di polizia. E mentre l’indagine montava con questa idea e questa pratica delle regole procedimentali, ci si rese progressivamente conto che essa si stava trasformando in qualcosa di assolutamente inedito. Una Procura della Repubblica aveva tra le mani le sorti della vita politica ed istituzionale del Paese. Ciò accadde grazie alla formidabile sinergia sapientemente creatasi con gli organi di informazione.

Per i quali i quotidiani arresti di politici, imprenditori, pubblici amministratori, costituivano materiale di prima scelta per appassionare legioni di lettori o telespettatori. È esattamente questa l’inchiesta giudiziaria che sposta clamorosamente l’attenzione mediatica e della pubblica opinione dal processo alla indagine, dalla sentenza alla incriminazione. È l’anticipazione della potestà di giudizio, agli occhi della pubblica opinione e della società civile, dal Giudice al Pubblico Ministero. Che decide così, in una inchiesta-monstre sulla politica italiana, la vita e la morte non più di alcuni dirigenti, ma di intere storie di leaders e di partiti politici, modificando equilibri e determinando cruciali scelte istituzionali.

Non si torna più indietro da un potere così immenso, così totale, così incontrollabile; è stata questa la vera eredità tossica di Tangentopoli. È da allora che le Procure sono diventate il soggetto regolatore della vita politica ed economica del Paese. È da allora che la gente si è abituata a pensare che un arresto equivale ad una condanna. È da allora che la cronaca giudiziaria ha perso ogni interesse per il processo, cioè per il luogo deputato a verificare la fondatezza dell’accusa. È da allora che un politico raggiunto da un’accusa deve concludere la sua carriera politica, a prescindere da ogni successiva verifica di fondatezza.

È da allora che è definitivamente saltato ogni equilibrio tra i poteri dello Stato, tutto a favore nemmeno del potere giudiziario, ma di una parte di esso, cioè del potere dei Pubblici Ministeri. È da allora che la rappresentanza politica ed associativa della Magistratura è in mano ai Pubblici Ministeri, pur essendo costoro nemmeno il 20% dei 9000 magistrati italiani. È da allora che una Procura della Repubblica vale dieci ministeri, e dunque diventa oggetto non di assegnazione di merito ma di conquista politica da parte di questa o quella fazione della magistratura italiana. Con ciò che ne è conseguito, e che è oggi testimoniato dalla clamorosa crisi di credibilità ed autorevolezza della stessa magistratura italiana. Questa è stata Tangentopoli, questo è il disastro che ci ha lasciato in eredità. Ovviamente senza che il problema della corruzione politica si sia, da allora, modificato di una virgola. Auguri.

Presidente Unione CamerePenali Italiane