E poi venne Di Pietro e cambiò tutto. Nacquero i pool dei giornalisti, omologhi a quelli dei magistrati. Le fonti delle notizie uniche e unificate si sposarono con la stampa unica e unificata. E per ventotto anni sarà così. È ancora così. Nella sala stampa del Palazzo di giustizia di Milano il pubblico ministero Antonio Di Pietro non ancora Tonino, e neanche La Madonna. Prima del 1992 era considerato uno “inattendibile”. Chi ce l’ha quell’inchiesta? ci si chiedeva. Se la risposta era “Di Pietro”, un’alzatina di spalle liquidava subito la faccenda, tanto sappiamo che finirà in niente. L’avvocato Giuliano Pisapia, che pure in quegli anni non fu ostile alla procura di Milano, raccontò un giorno con sgomento le modalità e l’esito di un’inchiesta condotta dal pm nel 1991, proprio alla vigilia dei giorni che poi lo renderanno il più famoso d’Italia. Vale la pena riportare per esteso il racconto di Pisapia, anche per ricordare con precisione il tipo di professionalità e di rispetto delle regole che portarono alla distruzione di una classe politica che aveva governato per cinquant’anni e aveva garantito la democrazia al Paese. «Di Pietro fece scattare un grosso blitz – dice l’avvocato Pisapia – . Senza osservare le regole, alcune persone, anziché essere invitate a comparire come previsto dal nuovo codice, furono prelevate alle sei di mattina e portate non in Procura ma nella sede della Criminalpol, e interrogate con modalità non conformi al codice, nella convinzione che questo modo choccante di interrogare favorisse la raccolta di dichiarazioni utili. Di Pietro contestò l’associazione per delinquere e la truffa».

Inutile dire che l’inchiesta finirà in nulla, con l’archiviazione dell’associazione per delinquere e la derubricazione della truffa. Pure il blitz era stato annunciato come il famoso “scandalo delle patenti false”. I tempi non erano ancora del tutto maturi. Ma colpiscono i metodi usati: annuncio roboante, reato associativo, persone svegliate e prelevate alle sei del mattino, stile di interrogatori da caserma vecchio stampo, violazione di ogni regola del nuovo codice di procedura. Uno stile che si ripeterà, pur con gli osanna generalizzati della stampa, negli anni successivi e nelle più fortunate inchieste che andranno sotto il nome di Mani Pulite. Più o meno nello steso periodo aveva cominciato a farsi notare una giovane pm grintosa e disinvolta, che fu subito battezzata dagli avvocati “la pm in blue-jeans” per il suo abbigliamento poco formale. Era Ilda Boccassini, cui era stato affidato il coté milanese di un’inchiesta di narcotraffico condotta a Palermo da Giovanni Falcone con l’aiuto del capitano Di Caprio.

Fu quell’inchiesta il primo tentativo di forzatura politica, con ampio uso di intercettazioni, anche ambientali. Così, da quella che si dimostrerà in seguito solo una vanteria («ho già dato 200 milioni di lire all’assessore», dirà il narcotrafficante), la procura milanese si gettò a corpo morto sulla giunta Pillitteri, che in quegli anni governava Milano. I cronisti giudiziari erano ancora in parte quelli del vecchio conio. Io ero stata nel frattempo eletta al consiglio comunale con la lista dei Radicali antiproibizionisti. Ero all’opposizione, pure qualcosa non mi tornava di quell’inchiesta che coinvolgeva il sindaco Pillitteri e un assessore del suo stesso partito. I socialisti erano sempre stati proibizionisti sulla droga, possibile che fossero in combutta proprio con un gruppo di narcotrafficanti? Ancora si poteva discutere e litigare, in sala stampa al Palazzo di Giustizia in quei giorni, ma fu il quotidiano La Repubblica quello che si buttò a pesce più di tutti, titolando “Le mani della mafia su Palazzo Marino”. Si costituì addirittura una inutile e nullafacente commissione “antimafia” in Comune. Il clima stava davvero cambiando.

Se qualcuno ha la curiosità di sapere come andò a finire quella vicenda, cerchi in internet la voce “Duomo connection” e la sentenza della corte di Cassazione del 1995, che condannò, come era prevedibile, solo i narcotrafficanti. Gli altri, politici e “colletti bianchi” che nel frattempo erano stati coinvolti, sono passati da modesti abusi d’ufficio alla sparizione totale dal processo. Ma il 1992 era alle porte.
Si racconta che il giudice per le indagini preliminari Italo Ghitti un certa sera del 1991 abbia detto alla moglie: forse oggi ho messo la firma sotto la mia richiesta di trasferimento. Aveva autorizzato le intercettazioni dei telefoni di Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio e potente esponente socialista milanese. Il Gip Ghitti non sarà mai trasferito e diventerà il giudice unico che firmerà in seguito tutta intera la valanga delle perquisizioni e degli arresti che si susseguiranno senza soluzione di continuità per oltre due anni. Se nessuno aveva potuto dimostrare che Milano era diventata la città della mafia, fu facile mostrare al mondo che quella che era stata la “capitale morale” d’Italia era diventata la città delle mazzette. Era nata Tangentopoli.

Il rapporto tra la stampa e i pubblici ministeri diventò un matrimonio indissolubile, a Milano come a Roma e in tutta Italia. Al pool dei pm faceva eco quello dei cronisti giudiziari. Il metodo che Di Pietro aveva inaugurato con l’infruttuosa inchiesta sulle patenti false portò i suoi risultati, fin dall’arresto dei primi nove imprenditori. Ogni parola, ogni confessione divenne moltiplicatore di altre, fino alla valanga che indusse alcuni avvocati a trasformarsi in “accompagnatori” dei propri assistiti che imploravano un interrogatorio che evitasse le manette. Di Pietro sedeva nel suo ufficio come su un trono. Riceveva i cronisti in ciabatte quasi a dimostrare che non andava mai a dormire. Il flusso delle notizie e dei verbali era costante. Le fotocopiatrici eruttavano carte a getto continuato. Se l’imputato era un pesce piccolo, ci pensavano gli uomini in divisa a saziare la fame della stampa, mentre i grossi erano riservati alle toghe. I direttori dei grandi quotidiani di proprietà imprenditoriale furono schieratissimi a salvarsi la pelle, fino a concordare la sera i titoli del giorno dopo, in spregio della concorrenza e anche alla libertà di stampa.

Quando ci fu la palese Grande Ingiustizia, l’accordo del procuratore Borrelli con la Fiat e l’invito di Romiti dalle colonne del Corriere della sera a tutti gli imprenditori perché collaborassero, andò Di Pietro a interrogare in questura il mancato imputato come persona informata dei fatti. E pensare che Romiti, dei 15 episodi che avrebbero potuto essergli contestati, ne raccontò solo un paio. Ma i magistrati si accontentarono. E anche i giornalisti. In sala stampa le mosche bianche come Frank Cimini, che si ribellarono al pensiero unico della Grande Ingiustizia venivano guardate male. Ormai si battevano le mani e si brindava, si faceva la ola e si scodinzolava, obbedienti soldatini prigionieri di un meccanismo e di un palazzo pronto a divorare tutti, da Craxi fino a Berlusconi, senza pietà. Ma soprattutto senza che nessun (o quasi) giornalista mettesse in dubbio i contenuti e i metodi usati dai pubblici ministeri per raggiungere i loro scopi.

Che furono troppo spesso politici. Lo scorso gennaio Goffredo Buccini, che fu cronista giudiziario al Corriere in quegli anni, ha ricordato in modo critico un episodio di allora. «Il 15 dicembre del 1992 – ha scritto – grida di giubilo si levarono dalla sala stampa del palazzo di giustizia di Milano: Bettino Craxi aveva ricevuto il primo avviso di garanzia nell’inchiesta Mani Pulite». E ha poi continuato ricordando come tutta l’inchiesta fosse stata una sorta di inseguimento al vero bersaglio, Craxi. Denunciando infine quel che era successo, e cioè che «cronisti e magistrati erano stati troppo vicini, in una prossimità anche emotiva che è perfettamente umana, ma può finire per confondere pericolosamente gli spartiti». Ecco, questa è la lezione di quegli anni. Quel che sta succedendo oggi mostra che non è ancora finita, che il pensiero unico dell’informazione complice del partito dei pm è ancora lì. E non sappiamo neanche più se si tratti di Magistratopoli o di Giornalistopoli. O di tutte e due.

Fine 3 puntata – Continua