Mentre quasi tutti i raggruppamenti politici che reggono la Repubblica ignorano confronti interni e assemblee deliberanti – preferendo in corso la mistica dell’uomo solo al comando – l’Anm celebra il proprio 34° Congresso nazionale. Un evento che evoca stagioni ormai trascorse della storia e rimanda a riti del passato quando partiti possenti (il Pci e la Dc) e sindacati onnivori misuravano idee e, spesso, rapporti di forza in un confronto non di rado decisivo per le loro stesse sorti. Le sigle dell’associazionismo giudiziario sono tra le pochissime che sono sopravvissute allo stravolgimento epocale della vita politica del Paese dopo la caduta del muro di Berlino e se qualche nuovo nome è apparso all’orizzonte molte volte non è altro che lo spin off di raggruppamenti più numerosi che perdono costole senza soccombere in una sporogenesi che tanto somiglia a quella della politica assillata da diatribe intestine. Questa volta l’appuntamento si annuncia importante non fosse altro perché celebrato a ridosso di un’imminente elezione suppletiva per ricomporre il corpo del Csm, mutilato di ben 5 consiglieri dalle vicende dei mesi scorsi, e alla vigilia della presentazione di un progetto di riforma governativo dell’organo di autogoverno che si vuole ispirato dal preciso intento di contenere il peso delle correnti dell’Anm. Un passaggio semiclandestino della brochure di presentazione del Congresso la dice lunga sul clima che aleggia nelle interlocuzioni con il potere esecutivo: «Ha confermato la Sua presenza il Vice Presidente del Csm on. David Ermini. È stato invitato il Ministro della Giustizia on. Alfonso Bonafede». Un invito, a quanto si intende, rimasto probabilmente senza una risposta definitiva e, comunque, non scontato nei suoi esiti.

È il titolo, invero splendido, di una delle tavole rotonde del Congresso a dare la misura delle preoccupazioni che in questa fase marcano l’azione politica dell’Anm: «Crisi dell’autogoverno e autogoverno della crisi». Illumina la convinzione di tanti che le convulsioni della magistratura italiana possano essere governate con una palingenesi tutta interna alla corporazione e alle sue sigle sindacali; convinzione che non è nuova e che periodicamente si riaffaccia come estrema rassicurazione per sé stessi e per gli altri, per i chierici e i laici. Ogni corporazione ha nel proprio codice genetico la convinzione che il corpo, appunto, resti immutato al succedersi delle malattie e delle mutilazioni, si nutre della certezza che l’identità genetica sopravviva anche in una piccola goccia d’ambra e sia pronta a sprigionarsi nella sua rinnovata vitalità alla prima occasione favorevole. E tanto più questa convinzione è radicata, altrettanto cresce la fiducia che automutilando il corpo, privandolo dell’arto infetto o dell’organo collassato, la vita tornerà a scorrere, la salute sarà ristabilita. Ma questa volta la clessidra sembra aver consumato i propri ultimi granelli di sabbia. La percezione è che quello che taluno definisce l’affaire Palamara non abbia disvelato isolati contegni riprovevoli e prassi mercatorie di pochi, ma che piuttosto abbia mostrato il re, il corpo del re nella sua fragile nudità. Non un arto o un organo, ma il corpo nella sua totalità, senza pudori, senza veli.

La cifra oscura di quanto è successo è tutta da scoprire, fatti e misfatti che stanno prima e dopo questo 2019 (l’anno del trojan quasi fosse un calendario cinese) sono destinati a venire a galla. Manca ancora scoprire la mano o le mani che hanno spregiudicatamente provocato una devastante fuga di notizie mentre erano ancora in corso le attività della Procura di Perugia, mentre si stagliano con una certa precisazione quanti ne hanno tratto un provvidenziale vantaggio. Un eventuale dibattimento innanzi ai giudici umbri che si impantani su queste vicende sarebbe un bagno di sangue per la magistratura italiana che – c’è da giurare – tanti vorrebbero scongiurare: “un giorno in pretura” al contrario con i giudici dalla parte degli inquisiti e gli spettatori a spigolare sulle frattaglie del correntismo italiano. Una sessione del Congresso genovese è dedicata al tema “Ci vedono così”. Proiezione di video interviste con opinioni sulla giustizia. Se il procedimento perugino proseguisse sino all’udienza pubblica saranno scene da cineteca, come quelle di Tangentopoli con un farfugliante Forlani innanzi ai giudici o con Luca Palamara che si sta cucendo addosso il vestito, presago di guai invero, di un Bettino Craxi disposto a raccontare con sincerità il “così fan tutte” delle correnti. È difficile dire se questa profezia sia corretta e se, al netto di qualche espediente narrativo che va perdonato, ci sia da attendersi davvero uno scenario del genere. Ma se le cose andassero così avremmo la cifra di una situazione, a un tempo, sconvolgente e triste ossia che la magistratura italiana (una parte sia chiaro e, per fortuna, largamente minoritaria, ma percepita inevitabilmente come molto rilevante) non può esporsi allo sguardo dei cittadini; essa deve ritrarsi dalla vista della gente, preferendo le tenebre alla luce (Giovanni 3,19) perché non può mettere in mostra il proprio corpo mutilato e non può consentirsi il giudizio sommario delle platee mediatiche. Uno strano sortilegio e una maledizione se si pensa alla disinvoltura di tante fughe di notizie, all’esibizione del corpo dell’arrestato già reo e colpevole, all’uso delle manette come esibizione della muscolarità inquirente. Ferite cosparse di sale che lenisce solo il pensiero che altri magistrati e altre toghe non hanno temuto di squarciare il velo e di denudare il corpo del re spogliando delle stimmate più evocative della sua sacralità: l’aurea di purezza della corporazione.