Quando è arrivata a Milano, alla fine degli anni settanta, la giovane Ilda Boccassini fu subito definita “la pm in blue jeans”. Mai si era vista, nell’austerità del palazzo di giustizia di Milano, una ragazza così bella, così di esuberante napoletanità, così estroversa. Normale fu, in quegli anni, per i maligni e per gli invidiosi, puntarle gli occhi addosso, soprattutto sui suoi comportamenti e sulla sua vita personale. Nulla di strano se la sera la incontravi, in jeans e maglietta come le ragazze della sua età (era appena trentenne) a divertirsi nei locali sui navigli. Ma lì non c’erano gli “spioni”. C’erano invece dalle parti del palazzo di giustizia, nei suoi corridoi dove fiorivano chiacchiere sui suoi rapporti troppo cordiali con alcuni rappresentanti delle forze dell’ordine o con i giornalisti. Dentro il palazzo e anche nei dintorni. E arrivò il primo inciampo, quello che avrebbe dovuto in seguito renderla più prudente.

Capitò che proprio a due passi dal “palazzaccio” due agenti che scortavano un procuratore aggiunto la vedessero abbracciata a un ragazzo, che per giunta era un cronista accreditato alla sala stampa del tribunale. E questo fu considerato grave e inopportuno dai vertici della magistratura. Scoppiò un putiferio, con denuncia del procuratore capo al Csm per “condotta immeritevole”, dove però lei uscì immacolata. Anche perché fu dimostrato che, nonostante i suoi rapporti personali con qualche giornalista, Ilda Boccassini è sempre stata uno dei pochi magistrati avari di indiscrezioni passate sotto banco ai cronisti giudiziari. Ma anche sul piano professionale i suoi primi anni alla procura di Milano non furono certo coronati da successo. La sua prima inchiesta, la “Duomo connection”, che avrebbe dovuto dimostrare (ci provavano fin da allora) la complicità di associazioni mafiose con la politica milanese fu un vero flop, terminata con l’archiviazione per tutti i politici e qualche modesta condanna per droga nei confronti di personaggi di secondo piano. Aveva alzato troppo il tiro, e non sarà la prima né l’ultima volta. E arrivò il secondo inciampo, non di carattere personale, ma nell’ambito lavorativo. Boccassini è sempre stata un magistrato ambizioso, ma anche il suo collega Armando Spataro lo era. Altrettanto ambizioso ma più abile, meno impulsivo: insomma, un po’ la differenza tra approccio maschile e femminile. E si sa che sul piano del potere troppo spesso vince il comportamento maschile. E Spataro vinse. Perché lei, pur sapendo che il collega indagava in certi ambienti, si sovrappose con un blitz sugli stessi personaggi che lui stava pedinando, mandando così all’aria mesi di indagini che, attraverso un lavoro più certosino e graduale, avrebbero dovuto portare gli inquirenti ai vertici dell’associazione mafiosa.

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Siamo all’inizio degli anni novanta. E sarà il procuratore Borrelli a dover sbrogliare la matassa. Ma questa volta Boccassini non se la cavò e fu “licenziata” dal pool criminalità con un marchio che fu quasi uno schiaffo: «È dotata di individualismo, carica incontenibile di soggettivismo e di passione, non disponibilità al lavoro di gruppo». Ma queste sue caratteristiche, che erano state determinanti per la sua uscita dal pool, diventarono in seguito anche un suo punto di forza. Nelle indagini sulla criminalità organizzata Ilda Boccassini ha sempre creduto e ci si è tuffata con le modalità di sempre: più lottatrice che inquirente. Ma la svolta della sua vita sarà determinata nel 1992, con la strage di Capaci. La morte di Giovanni Falcone, con il quale aveva uno stretto rapporto anche personale, sarà per lei uno strazio che non potrà e non vorrà in alcun modo nascondere. La ricordano tutti, a Milano, nell’aula magna del palazzo di giustizia affollata di magistrati, prendere il microfono e lanciare parole dure come pietre: «Lo avete fatto morire con la vostra indifferenza e le vostre critiche e adesso avete pure il coraggio di andare al suo funerale». Era vestita di nero, e i colleghi dissero che si era vestita da vedova. Ma lei tirò dritto, lei che aveva da sempre aderito alla corrente di magistratura democratica come tutti suoi collegi di sinistra, quel giorno stracciò la tessera e non si iscrisse mai più al sindacato delle toghe. Il che forse la danneggiò, dal punto di vista della carriera. Decise invece di farsi trasferire a Caltanissetta, il distretto che indagava sulla morte di Falcone. Vi restò poco, ma il tempo necessario per passare alla storia come l’unico magistrato ad aver capito l’imbroglio del finto pentito Vincenzo Scarantino, il pupazzo costruito a tavolino nelle indagini sulla morte di Paolo Borsellino, ucciso dalla mafia due mesi dopo la strage di Capaci. Ilda Boccassini capì subito che quel “pentito” puzzava di imbroglio, lo intuì perché conosceva i suoi polli: non solo i mafiosi, ma anche gli “sbirri” e i pubblici ministeri. Forse, se lei fosse rimasta lì, se avesse insistito, se avesse lottato con i suoi colleghi come altre volte aveva fatto, avrebbe salvato la vita a molti innocenti che sono rimasti 15 anni in carcere per un delitto che non avevano commesso. Fatto sta che a un certo punto Boccassini è tornata da dove era partita, cioè a Milano, a continuare le inchieste sulla criminalità organizzata.

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Ma quel che rimarrà nella memoria di tutti è legato non tanto alle molte inchieste, non tutte azzeccate, sulle organizzazioni mafiose in Lombardia, quanto la pervicacia ai limiti della persecuzione con cui ha fatto controllare la vita, le abitudini, gli incontri, le abitazioni di Silvio Berlusconi a causa della sua conoscenza con una giovane egiziana, Karima El Mahroug, detta Ruby, di anni diciassette e sei mesi. Minorenne, ma quasi maggiorenne. Con cui lui sarebbe andato a letto: la pm ha insistito fino al limite della morbosità su questo punto. Ma durante il processo si capì anche che la pubblico ministero, da tutti definita come donna molto passionale, non amava le altre donne. I giornalisti del palazzo di giustizia raccontano di averlo già notato per certi suoi atteggiamenti pubblici e imbarazzanti nei confronti della compagna del suo ex marito, il magistrato Aldo Nobili. Ma in aula Boccassini non diede certo il meglio di sé, quando nella requisitoria accusò Ruby di “furbizia orientale” e non risparmiò giudizi di pesante moralismo su alcune ragazze che frequentavano la casa di Berlusconi. Se fosse uscito un fumetto dalla sua bocca avrebbe detto “puttane”. Ma anche quel processo, nonostante i suoi sforzi, non fu un grande successo, visto che, al termine dei tre gradi di giudizio, Silvio Berlusconi è uscito assolto. Dopo la morte del procuratore Borrelli che lei ha salutato con un necrologio di grande esibizionismo, firmato solo “Ilda” (“Hai resistito alle lusinghe del potere, sei stato un esempio di integrità per chi come me non ha ceduto ai compromessi. Dopo di te tenebre. Già mi manchi”), Boccassini ha tirato giù il sipario. Non ha fatto carriera come il suo avversario Spataro. Lui è diventato capo della procura di Torino, lei è arrivata solo al ruolo di aggiunto. Domani compie settanta anni. Va in pensione la “Pm in blue jeans”.