Esteri
Tensione USA-Venezuela: lo stop al traffico di droga e il crollo di Maduro che spaventa Pechino
La tensione tra Stati Uniti e Venezuela resta altissima, con Caracas che da un momento all’altro si attende un attacco statunitense in scala – per ora – ridotta sugli obiettivi privilegiati dei cartelli. Perché ad oggi l’operazione Usa nel Mar dei Caraibi ha come obiettivo ufficiale quello di colpire il traffico di droga diretto negli Stati Uniti.
Ma è chiaro a tutti che le intenzioni di Washington, del Dipartimento di Stato e del Segretario Marco Rubio puntano in una direzione differente: quella di rovesciare il regime di Maduro, colpire un nemico storico dell’America ed eliminare un alleato prezioso sul piano economico per Cina e Russia nel continente. Questo ritrovato protagonismo nell’emisfero occidentale preoccupa e non poco gli storici rivali degli Usa, che fino ad oggi si erano cullati sulla politica soft adottata dalle ultime Amministrazioni americane. Questo non vuol dire che sono tornati i tempi di Henry Kissinger e Richard Nixon, ma è chiaro che Rubio – sottovalutato dagli osservatori – ha una visione nettamente interventista, e non potrebbe essere altrimenti per il figlio di esuli cubani anticastristi, nato, cresciuto ed eletto in quella Florida che è luogo simbolo degli oppositori in esilio dal regime cubano.
Al di là dei sentimenti familiari e politici che possono animare Rubio, dietro il pugno di ferro contro Caracas si cela una visione politica chiara, che ricorda quel vecchio adagio geopolitico, tornato di moda sulle sfere d’influenza. Washington non è più disposta a tollerare la presenza sino-russa in Venezuela, e ancor di più sembra non essere affatto disponibile a cedere senza colpo ferire la gestione e i frutti del Venezuela ai rivali conclamati in questa riedizione della guerra fredda. La Cina è il bersaglio privilegiato, certo, e del resto Pechino è il principale partner commerciale del Venezuela (soprattutto per il greggio prodotto dalla compagnia petrolifera nazionale). Ma oltre all’oro nero, in ballo ci sono il gas naturale e le miniere. L’America Latina è ricca di litio, e la Repubblica popolare ne fa incetta per la produzione di batterie.
Ma per quanto Pechino abbia più da perdere con un’eventuale caduta di Maduro, il dittatore venezuelano continua a invocare il soccorso militare russo. Mosca, infatti, potrebbe inviare l’ex Wagner in sostegno a Maduro e qualche “consigliere militare” per tentare una resistenza ad oggi impossibile da immaginare, per impantanare gli Stati Uniti in un conflitto più pregnante di quanto potesse sembrare all’origine. Ciò che potrebbe frenare Mosca è un dato politico palese e negato solo da chi vive ancora immerso in una bolla ideologica: il popolo venezuelano odia il regime di Maduro, e la forza delle opposizioni è ben nota a tutti. Di qui anche il lavorio della CIA per favorire un cambio di regime il più indolore possibile. Operazione che lo stesso Maduro ha denunciato, con l’intenzione di assumere già le vesti dell’aggredito, della vittima e dell’ennesimo campione per le prossime piazze della sinistra globale. Trump intanto attende, e sembra non sciogliere la riserva. Con il rischio che un semaforo verde tardivo possa favorire e sbloccare i dubbi del Cremlino e forse anche del Partito comunista cinese, che quanto a cautela non è secondo a nessuno.
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