Per vent’anni abbiamo raccontato a noi stessi una favola: globalizzazione efficiente, catene del valore neutrali, mercato come arbitro supremo. Nel frattempo, la Cina costruiva un’arma. Silenziosa, paziente, chirurgica. Non sulle miniere — che sono ovunque — ma sul vero collo di bottiglia del XXI secolo: la lavorazione dei minerali critici. Terre rare, gallio, germanio, argento, rame. Pechino non domina perché estrae di più, ma perché raffina, separa, trasforma. Ha accettato costi ambientali che l’Occidente ha scaricato altrove, ha investito capitale pubblico dove l’Occidente inseguiva l’EBITDA trimestrale, ha costruito competenze mentre noi delocalizzavamo know-how. Il risultato è una dipendenza sistemica: veicoli elettrici, rinnovabili, reti, difesa, semiconduttori. Tutto passa da lì. Dal 2023 la Cina ha iniziato a testare l’arma. Prima colpi di avvertimento, poi divieti, poi licenze, infine — nell’autunno 2025 — il salto di qualità: controlli extraterritoriali. Se un prodotto contiene anche solo tracce di tecnologia o materiali cinesi, Pechino decide se puoi esportarlo.

Il messaggio definitivo

È l’inversione dei controlli USA sui chip, estesa a tutto il complesso dei minerali critici. Sovranità industriale annullata per via amministrativa. Il 1° gennaio 2026 arriva il messaggio definitivo: l’argento diventa materiale strategico. Non per caso. Washington lo aveva appena inserito tra i minerali critici. Traduzione: se per voi è vitale, noi lo controlliamo. Con 44 esportatori autorizzati e centinaia di operatori tagliati fuori, la Cina dimostra che può stringere il rubinetto quando vuole. E senza fare rumore.

Tempi rapidi

Qui entra Trump. Molti leggono Venezuela, petrolio, Groenlandia come folklore geopolitico o propaganda elettorale. Sbagliano bersaglio. Gli Stati Uniti non possono recuperare in tempi rapidi il controllo sulla raffinazione dei minerali: servono decenni, miliardi, e una deregolazione ambientale che nessuno è disposto a sostenere apertamente. Ma hanno un vantaggio che Pechino non può replicare: l’energia.

Controllare i flussi energetici

Controllare flussi energetici significa abbattere costi, rendere sostenibile ciò che oggi non lo è, ricostruire catene industriali che altrimenti restano teoriche. Il petrolio venezuelano non è un barile in più: è leva strategica. È la base per una risposta asimmetrica a una dominanza cinese ormai strutturale. Non è neoliberismo. È geopolitica delle infrastrutture. Questa non è una crisi ciclica dei mercati. È una rottura d’epoca. La Cina controlla i minerali. L’America prova a blindare l’energia. In mezzo c’è l’Europa: dipendente, normativa, moralista. E irrilevante. La guerra delle materie prime è cominciata molto tempo fa. Solo che ora, finalmente, qualcuno ha deciso di combatterla.