Chiedono il reset di autorità, garanti, enti di rilevanza costituzionale. Vogliono fare piazza pulita di tutti quei luoghi del potere di sottogoverno che ritengono attaccabili. La tempesta che si è abbattuta sull’adeguamento del tetto stipendiale per i dirigenti pubblici ha disvelato quanto populismo stia ancora bollendo sotto la cenere.

La sentenza che promuove la premialità per i dirigenti pubblici è nel mirino. Si parte dal Cnel, di cui Matteo Renzi chiede la chiusura ex abrupto. Si diffidano Avvocatura dello Stato e Corte Costituzionale dal perseguire la strada impervia dell’aumento degli emolumenti. Poi si guarda alla Vigilanza Rai, dove la pentastellata Barbara Floridia lamenta di essere bloccata da un anno, vittima di sabotaggio per la continua mancanza del numero legale.

Il collegio del Garante della Privacy

Ma è sul Garante della Privacy che si indirizzano gli strali delle opposizioni. Il capogruppo dei contiani in Senato, Stefano Patuanelli, lo dice chiaramente: Il collegio del garante della Privacy? «Non ha più credibilità per andare avanti, è il momento di fare un passo indietro, non è un bene per un’autorità indipendente mostrare dei segni di cedimento verso il governo di turno». Gli dà manforte la deputata Vittoria Baldino: «Chiediamo l’azzeramento dell’autorità della privacy», ripete tre volte la parlamentare 5S, ospite di Andrea Pancani su La7. Le chiedono perché dovrebbero dimettersi tutti, lei ha un guizzo, sembra sorpresa: «Chi ha parlato di dimissioni?». Il conduttore si richiama al vocabolario italiano: «Azzeramento significa dimissioni». Ma l’impasse della deputata grillina rivela l’arcano: il partito di Giuseppe Conte punta a mandare a casa il Garante, Pasquale Stanzione, nominato nel 2020, due anni prima dell’insediamento del Governo Meloni.

Ma tiene a mantenere inalterata la rappresentanza, con un membro in quota dem e uno per i Cinque Stelle. Un’operazione acrobatica difficile, per non dire impossibile. I Cinque Stelle non vogliono mettere in difficoltà il loro uomo alla Privacy. Anche il Pd dà la sua spallata alla dirigenza Privacy. «I quattro membri del Garante della Privacy, dopo quanto è emerso sui loro comportamenti dalle recenti inchieste giornalistiche, hanno perso ogni credibilità, e per questo dovrebbero dimettersi immediatamente, appare corretto anche avviare una riflessione strutturale sulle regole di nomina di questi collegi», dichiara il senatore del Pd, Dario Parrini, vicepresidente della commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama. Tuttavia, sollevato il coperchio, dal vaso di Pandora esce di tutto. Emerge come il consigliere Guido Scorza, in quota M5S, sarebbe in una posizione scivolosa. La multa agli occhiali Ray-Ban Meta Smart Glasses, che violerebbero la privacy, è stata irrogata e poi sforbiciata, con uno sconto generoso all’azienda americana. «L’unico conflitto d’interessi dimostrato, ad oggi, è quello di Scorza — nominato in quota Cinque Stelle — che era consulente legale di Meta. Forse è lui che dovrebbe dimettersi», affonda Federico Mollicone, di FdI.

E a proposito di privacy violata, di mogli e mariti, Scorza torna sulla scena come marito di una avvocato di un noto studio legale che tratta varie cause di fronte alla stessa autorità in cui lui, in quanto membro del collegio del Garante privacy, giudica. Scorza ieri sembrava pronto a fare il passo indietro: «Lascio sul tavolo anche l’opzione delle dimissioni. Non perché lo chiede la politica, sarebbe un paradosso, ma per mia coscienza, valutando eventuali responsabilità». Colpo dopo colpo, ecco iniziato l’assalto alla dirigenza. Stando attenti: i colpi a vuoto rischiano di fare vittime di fuoco amico.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.