L'editoriale
Trump a Davos, requiem per l’Occidente
Donald Trump parla a Davos. Parla all’élite globale riunita in quella straordinaria kermesse che, a lungo, è stata il simbolo dell’egemonia occidentale e della globalizzazione. Ma sembrerebbe assai rischioso fare previsioni su quel che dirà. Non si è forse ripetuto fino alla noia che il personaggio è imprevedibile, umorale, istintivo? E, invece, mai come sulla politica estera americana sembra esistere un mainstream che mette d’accordo i quattro angoli del pianeta, conservatori e progressisti, globalisti e sovranisti, atlantisti e antioccidentali. Tutti hanno le idee chiare, bontà loro. Tutti prevedono (temono, sperano) che quello di Trump a Davos sarà il requiem per l’Occidente.
È stato il caso della Groenlandia a orientare definitivamente il giudizio. La minaccia di un intervento militare è stata presa alla lettera. Trump sta spingendo la Nato nel precipizio, ha scritto il New York Times. Rischia di realizzare il sogno putiniano di dividere l’America dall’Europa, avverte il Wall Street Journal. Porta al collasso la storica solidarietà atlantica, dice il Financial Times (che non esclude uno scontro militare fra americani ed europei). E tutti chiedono a Bruxelles una reazione forte. Gli Stati Uniti sono ormai “una potenza ostile”, scrive Le Figaro, non c’è che da scegliere “tra sovranità e vassallaggio”.
L’unanimità dei giudizi è assoluta. Trump è una mina vagante, l’Occidente è sull’orlo del baratro, Russia e Cina se la ridono. E naturalmente c’è del vero in simili valutazioni. Ma c’è anche un sentore di distopia che lascia perplessi. Perchè, sì, è cambiato (e certamente nelle forme) l’approccio americano alle relazioni internazionali, la religione Maga, la logica dei rapporti di forza economici e militari. E tuttavia, se solo si ricordano le presidenze Bush (padre e figlio) e le stesse presidenze Obama e Biden, non è difficile scorgervi le premesse di una strategia progressivamente indo-pacifica del gigante USA e di un simmetrico (e parziale) disimpegno dal quadrante atlantico. Né sembra credibile il “tradimento” dell’Occidente denunciato dagli osservatori, se è vero che l’asse atlantico rimane un retroterra strategico irrinunciabile per Washington di fronte alla sfida cinese, all’espansionismo russo, alle tensioni post-coloniali dei Brics, alla destabilizzazione iraniana. E all’emergere di nuove alleanze che rendono assai complesso il gioco unilateralista dell’amministrazione Usa. È significativo, ad esempio, che l’India si preoccupi, oggi, per l’emergere di una sorta di “Nato islamica” formata da Pakistan, Arabia Saudita e Turchia.
Ma ancor meno credibile è che possa essere l’Europa, sia pure obtorto collo, a rinunciare all’Occidente, ingaggiando guerre economiche e addirittura prove di forza militari con l’America. Certo, la linea dell’appeasement si è rivelata molto debole, e tuttavia l’Europa ha poche frecce al suo arco. Non è vassalla di nessuno, ma neppure può ignorare la sua storica dipendenza dall’America. Né i suoi rapporti commerciali, tuttora prevalenti, con l’altra sponda dell’Atlantico. Senza dire che al momento (e chissà per quanto ancora) il Vecchio Continente è una grande potenza, ma profondamente divisa al suo interno, disarmata, priva degli strumenti per entrare nella ruvida geopolitica del Terzo Millennio.
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