Il paziente è sfebbrato, ma è lontano dalla guarigione. Ieri i prezzi del petrolio si sono mantenuti stabili sulle quotazioni raggiunte dopo l’“annuncio di pace” di Trump. Il Brent è arrivato a 102 dollari al barile (+2%), il Wti a 90,7 dollari (+2,1%). Mentre il gas sul Ttf di Amsterdam ha ceduto il 5,6% a 53,49 euro al megawattora. Deboli le borse europee, con oscillazioni da prefisso telefonico. Clima positivo invece sulle piazze asiatiche. Gli investitori si sono concessi una pausa di respiro, sebbene consci che sul futuro non si possano fare previsioni. «È un momento di estrema volatilità, indice di incertezza, che non piace ai mercati», commenta un analista finanziario. «L’origine del sali-scendi è geopolitica, quindi anomala, ma le reazioni restano repentine».

I più esposti al rischio sono gli asset delle materie prime. «Quando investi in commodity, devi essere consapevole che quel patrimonio non potrai toccarlo per tempi più lunghi, rispetto agli asset azionari. Di solito per uno o anche tre mesi». Questo significa lasciare quelle risorse in balia di eventuali oscillazioni. Da inizio anno, il trend generale è stato di acquisto, con un’improvvisa e forte vendita la scorsa settimana. Lo si è visto con i metalli preziosi, ora tocca a quelli industriali. Rame, piombo, nickel e zinco stanno seguendo un andamento opposto a quello del greggio. Prima della guerra, era stati protagonisti di una forte spirale rialzista. Al contrario, il mercato dell’energia si stava raffreddando. Oggi è l’esatto contrario. Il mercato fisico scende, l’Oil & gas schizza in alto. Per quanto gli indicatori in Usa non lo mostrino, c’è il rischio di un rallentamento dell’economia. Non per ragioni reali, ma per eccesso di tensioni preventive.

«Così è successo in chiusura di mercati venerdì scorso. Il Brent era a 112 dollari. Dopo aver fatto un massimo in area 120 dollari qualche giorno prima. In queste situazioni, i mercati cercano sempre di anticipare gli eventi. Con un fine settimana esposto a nuove turbolenze geopolitiche, il greggio si è volutamente apprezzato, per poi arrivare lunedì mattina già a quotazioni elevate». Lo scorso fine settimana, nessuno si aspettava buone notizie sul conflitto. L’annuncio di Trump di aver avviato un dialogo con l’Iran ha fatto da tagliola al pessimismo in eccesso maturato tre giorni prima. La conseguenza è stata il minimo del Brent a 96 dollari toccato lunedì, salvo poi riposizionarsi sopra i 100 già ieri.

Legittimo chiedersi quanti altri danni potranno fare questi eccessi di cautela. Ieri, la QatarEnergy ha dichiarato lo stato di “forza maggiore”, quindi sospendendo alcune forniture di Gnl. Italia, Belgio, Corea del Sud e Cina sono i Paesi coinvolti. Oggi vedremo come le piazze metabolizzeranno la notizia. Per quanto ancora potranno tenere i mercati? Gli investitori hanno una loro resistenza e prima o poi invieranno un segnale a Trump per cui la fiducia potrebbe avere una data di scadenza. «È una questione più politica». Il nostro esperto preferisce non entrare in un campo non suo. «Negli Stati Uniti, gli operatori lavorano con algoritmi e intelligenza artificiale. Come anche qui da noi. Questo li rende sensibili agli annunci social. Lo si è visto appunto lunedì. Sta alla capacità dell’operatore con esperienza evitare di entrare direttamente nella tendenza innescata dal mondo digitale».

Ancora una volta il Brent è un utile esempio. Schizzato a 120 dollari in apertura lunedì, poi sceso a 100 dopo che il presidente Usa aveva dichiarato di fatto la fine del conflitto è infine rimbalzato ai valori attuali a seguito della smentita di Teheran. «Quest’ultimo passaggio l’Ai non è ancora in grado di anticiparlo». In ultima analisi si osservano le differenze sui futures a breve e lunga scadenza sul Brent. Più si va in là più là quotazioni scendono. «Noi del settore la chiamiamo backwardation. Vuol dire che la tensione su Hormuz potrebbe sgonfiarsi alla fine del mese, massimo nei primi giorni di aprile». I mercati sono ancora convinti che il conflitto finirà presto.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).