Esteri
Trump vuole chiudere la questione iraniana il prima possibile. Prima i negoziati poi le bombe: Teheran non si fida di Washington
Il discorso di Donald Trump, dopo un mese di guerra all’Iran, non ha fornito alcuna certezza né si è rivelato decisivo come veniva preannunciato. Del ritiro di Washington dalla Nato non c’è stato nemmeno un accenno. E tra slogan su possibili cessate il fuoco e su un Iran che tornerebbe “all’età della pietra”, l’America e il mondo sono rimasti con più interrogativi che risposte. L’unico elemento che appare certo è che alla Casa Bianca il desiderio è di chiudere la questione iraniana il prima possibile. Trump ha di nuovo detto che la sua operazione “Epic Fury” sta raggiungendo tutti gli obiettivi che si era prefissato, e che la guerra potrebbe terminare entro due o tre settimane. “La capacità dell’Iran di lanciare missili e droni è drammaticamente diminuita, le loro fabbriche di armi vengono distrutte, la loro marina è sparita e la loro forza aerea è in rovina”, ha dichiarato il presidente.
L’uranio arricchito, uno dei principali elementi di pericolo per Israele e Stati Uniti, appare di nuovo un tema secondario, al punto che il tycoon ha detto che forse basteranno i satelliti per controllare se gli iraniani tenteranno in futuro di recuperarlo dai sotterranei degli impianti distrutti. Sulla navigazione nello Stretto di Hormuz, Trump ha ripetuto il leitmotiv degli ultimi giorni, cioè che ci devono pensare i Paesi che hanno necessità che gas e petrolio transitino nel Golfo Persico. E in questo senso, la videoconferenza di 35 Paesi organizzata ieri dal Regno Unito è un primo passo, anche se Emmanuel Macron ha chiarito che un intervento militare per sbloccare Hormuz sarebbe irrealistico. Ma la sintesi dell’ultimo discorso è soprattutto che Trump sta cambiando rapidamente obiettivi. E la rimodulazione serve ad accelerare nella exit strategy dicendo di averli già raggiunti. E il “regime change”, dopo i raid Usa e israeliani che hanno decapitato la Repubblica islamica, lo considera di fatto avvenuto. Tanto che The Donald ha di nuovo espresso il suo apprezzamento nei confronti della nuova leadership, definita “meno radicale e molto più ragionevole”.
Il problema però è che questo nuovo gruppo dirigente, in assenza di Mojtaba Khamenei, appare in realtà meno incline al compromesso di quanto sostenuto da Washington. E i timori sono confermati anche dall’immediato rialzo del prezzo del petrolio dopo le frasi di Trump. Anzi, come sostiene il New York Times, l’Intelligence Usa è convinta che nonostante le difficoltà nella comunicazione, i problemi delle linee di comando e l’impossibilità di incontri, la Repubblica islamica si considera in una posizione di forza. La linea negoziale sembra essersi ulteriormente irrigidita poiché gli strateghi iraniani pensano di essere aiutati dalle tempistiche dichiarate da Trump, dalle difficoltà interne negli States e dalla paura di una crisi energetica globale.
Inoltre, Teheran non si fida di Washington, soprattutto dopo che per due volte la Casa Bianca ha avviato negoziati per poi bombardare. Questa rigidità si evince dalle dichiarazioni gelide che arrivano dalla Repubblica islamica. Il viceministro degli Esteri iraniano, Kazem Gharibabadi, ha addirittura detto che il suo governo ha predisposto una bozza per una nuova gestione di Hormuz una volta terminato il conflitto. Il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, ha confermato la chiusura a qualsiasi nave che sostenga Israele o gli Stati Uniti. All’ipotesi di un intervento di terra Usa, anche solo sulla costa o nelle isole, il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha risposto che “circa sette milioni di iraniani si sono già fatti avanti e hanno dichiarato di essere pronti a prendere le armi per difendere la nazione”.
E intanto non si fermano i lanci di missili contro Israele e le monarchie del Golfo. Ieri, nel primo giorno delle festività per la Pasqua ebraica, dai Pasdaran e dagli Hezbollah libanesi sono stati lanciati centinaia tra missili e razzi, costringendo milioni di persone a scappare nei rifugi. Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha minacciato il leader sciita, Naim Qassem, affermando che “pagherà un prezzo molto alto” per avere attaccato i civili durante le feste. Ma gli scontri nel sud del Libano proseguono senza sosta, così come continua l’esodo dei civili verso nord.
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