L'€conomista
Una nuova agenda per il Mediterraneo: sicurezza investimenti e cooperazione sulla gestione dell’acqua
Cambiamento climatico, infrastrutture, finanza e diplomazia blu al centro del confronto tra governi, imprese e istituzioni per una gestione condivisa della risorsa. I temi al centro del Forum Euromediterraneo dell’acqua
Fare dell’acqua non soltanto una questione ambientale, ma uno dei terreni sui quali costruire sicurezza economica, sviluppo e cooperazione tra le due sponde del Mediterraneo. È la prospettiva che è emersa dal Forum euromediterraneo dell’acqua, ospitato alla Nuvola di Roma dal 29 settembre al 2 ottobre, che riunisce istituzioni, governi, imprese, università, organizzazioni internazionali e società civile intorno a una risorsa sempre più strategica.
L’appuntamento ha seguito la riunione ministeriale dell’Unione per il Mediterraneo, che ha portato a Roma i rappresentanti dei 43 Paesi membri: una sequenza non casuale, pensata per far seguire al confronto politico una sede nella quale trasformare gli indirizzi condivisi in progetti, investimenti e partenariati concreti. È proprio questa dimensione operativa che il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha indicato come uno degli obiettivi dell’iniziativa: «Quella che stiamo lanciando oggi è una piattaforma permanente e operativa di contatti, progetti e collaborazioni», ha detto, definendo il Forum «un nuovo tassello del grande mosaico della diplomazia dell’acqua».
La sfida, ha aggiunto, è ora trasformare le priorità comuni individuate dai governi in «progetti, investimenti, tecnologie e partenariati». L’Italia ha già annunciato un primo progetto da 3 milioni di euro con CIHEAM Bari e Unione per il Mediterraneo per sostenere i Paesi della sponda Sud nella costruzione di iniziative idriche finanziabili dalle istituzioni internazionali. È qui che il tema dell’acqua acquista una rilevanza economica più ampia. Siccità, alluvioni, inquinamento e pressione crescente sulle risorse incidono sulla capacità produttiva dei territori, sull’agricoltura, sulla sicurezza alimentare, sull’energia e sulle filiere industriali.
Gilberto Pichetto Fratin ha definito il «trilemma idrico» — poca acqua, troppa acqua, acqua troppo inquinata — «la questione del nostro secolo», sottolineando come non sia più possibile affrontarla attraverso politiche separate. «Non possono esserci ragionamenti settoriali, ma serve un approccio multidisciplinare», ha spiegato il ministro dell’Ambiente, richiamando il ruolo del Forum nel mettere insieme competenze e strumenti diversi. Il confronto romano riflette questa impostazione: adattamento ai cambiamenti climatici, infrastrutture e riduzione delle perdite, riutilizzo delle acque reflue e dissalazione, tutela delle falde, digitalizzazione delle reti, intelligenza artificiale, rapporto tra acqua, energia e cibo, salute, finanza blu e nuovi strumenti per sostenere gli investimenti.
Sul piano italiano, Pichetto Fratin ha ricordato gli oltre 15 miliardi di euro destinati attraverso il PNRR alla risorsa idrica nel suo complesso, dagli interventi sulle reti alla depurazione e all’agricoltura sostenibile, indicando nell’ammodernamento delle infrastrutture, nel recupero della capacità degli invasi e nel riuso alcune delle leve per rafforzare la resilienza. Ma il valore del Forum risiede soprattutto nel tentativo di costruire una scala di intervento più ampia di quella nazionale. «Per troppo tempo ci siamo abituati a pensare all’area euromediterranea come ad un concetto solo geografico, mentre problemi e fenomeni comuni ci hanno fatto capire che è prima di tutto un concetto culturale ed anche politico», ha osservato Maria Spena, presidente del Comitato One Water Italy. Il Mediterraneo, ha ricordato, è «la casa comune di 500 milioni di abitanti» e affrontare e programmare insieme la questione idrica «non era più rinviabile».
È la logica che aveva portato la stessa Spena a indicare nel Forum la possibilità per l’Italia di proporsi come «hub di sostenibilità e resilienza idrica» e come «laboratorio di pace, sviluppo e cooperazione tra Europa, Nord Africa e Medio Oriente». L’acqua diventa così anche uno strumento di diplomazia: una risorsa sulla quale interessi nazionali differenti sono costretti a trovare spazi di collaborazione, perché cambiamento climatico, bacini condivisi, produzione alimentare e vulnerabilità delle infrastrutture non rispettano i confini politici. Da qui l’importanza di un confronto che coinvolge Paesi del Mediterraneo, Balcani, Nord Africa, Medio Oriente e penisola arabica e che mette allo stesso tavolo decisori pubblici, imprese, ricerca e finanza.
La partita economica è precisamente questa: trasformare la crescente vulnerabilità idrica da costo da subire a rischio da governare attraverso investimenti, tecnologie e programmazione. E farlo su una scala mediterranea, nella consapevolezza che la sicurezza dell’acqua è ormai parte della sicurezza dei territori, della stabilità delle economie e della competitività delle loro filiere.
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