Lo shutdown americano ha ormai infranto il record, stabilito durante la prima amministrazione Trump, di 35 giorni, avvicinandosi pericolosamente a quota 40 giorni. Ricordiamo che, per ogni giorno di shutdown, centinaia di milioni di dollari di stipendi vengono trattenuti, con un danno in termini di produzione economica stimato in circa 15 miliardi di dollari a settimana. Significa che, ad oggi, la contrazione del PIL potrebbe aggirarsi intorno agli 80 miliardi di dollari, con gli effetti che stanno coinvolgendo i soggetti più diversi, dai controllori addetti agli aeroporti, ai 40 milioni di cittadini che non stanno ricevendo il sussidio SNAP, fino ai dipendenti italiani del governo degli Stati Uniti.

Questa la denuncia dei sindacati Fisascat-Cisl e Uiltucs, che hanno proclamato lo stato di agitazione del personale non statunitense impiegato nelle basi militari americane, tra cui quelle di Vicenza, Aviano e Livorno. Circa cinquemila lavoratori che non starebbero ricevendo alcuno stipendio, in violazione, secondo le due federazioni, del trattato bilaterale Sofa del 1951, che prevede la tutela dei lavoratori in base alla normativa dello Stato ricevente, in questo caso l’Italia. Un evidente problema, che dimostra come l’economia ed il governo statunitense siano molto più vicini a noi di quanto si possa pensare.

Per quanto riguarda gli USA in senso più stretto, l’amministrazione Trump ha annunciato un taglio del traffico aereo del 10% che dovrebbe entrare in vigore nelle prossime ore, a causa dell’impossibilità di pagare i controllori del traffico aereo. Tra qualche settimana si festeggerà il giorno del Ringraziamento, e un eventuale (ma ad oggi improbabile) shutdown prolungato fino a quel giorno potrebbe creare un potenziale disastro nel traffico aereo e nella capacità di migliaia di cittadini di tornare a casa per le feste. Secondo il portale FlightRadar24, un taglio del 10% dei voli coinvolgerebbe circa 5000 voli al giorno. Per quanto riguarda il programma SNAP, nella giornata di giovedì un giudice federale del Rhode Island ha imposto all’amministrazione di trovare immediatamente le coperture per garantire il pagamento del sussidio per il mese di novembre. Ufficiali del governo hanno sostenuto che non sia possibile sottrarre i circa 3 miliardi di dollari, da aggiungere rispetto al fondo di riserva di circa 5 miliardi, necessari per adempiere alla richiesta del giudice. Membri del partito democratico si stanno organizzando autonomamente per sopperire alla mancanza di fondi federali, come ad esempio Andy Beshear, governatore democratico del Kentucky ha dichiarato lo stato di emergenza, allocando dei fondi da distribuire alle food banks, oltre che mobilitando la guardia nazionale per aiutare queste ultime nella distribuzione.

La situazione sembra complicata, con l’amministrazione Trump in difficoltà rispetto a temi essenziali, che toccano la vita quotidiana delle persone, con i democratici che stanno mantenendo la barra dritta rispetto alle questioni dello shutdown, riuscendo anche con discreto successo ad imputare al Presidente la colpa per tutti i disservizi subiti dai cittadini. Le elezioni di martedì, che hanno visto tutti i candidati democratici a New York, nel New Jersey e in Virginia con margini superiori al previsto, sarebbero state interpretate come simbolo di approvazione sulla politica di fermezza mantenuta durante lo shutdown, rafforzando la forza di volontà del partito dell’asinello di continuare a combattere per l’estensione dei sussidi all’assicurazione sanitaria, contenute nell’Obamacare e prossime alla scadenza.

Se lo shutdown continuerà, il malcontento, i disservizi (nazionali ed internazionali) continueranno a montare. Rimane che l’arte del negoziato e del compromesso, tanto sventolata dal Presidente Trump nelle sue attività economiche, sembra essere apertamente osteggiata nella vita pubblica, paradossalmente quando un compromesso con la controparte politica potrebbe riportare sui binari di normalità la vita di milioni di persone.

Michele Luppi

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