La mimica facciale e il linguaggio del corpo di Volodymyr Zelensky stanno cambiando in queste settimane: teso dall’angoscia, sorride. Il suo inglese gutturale è più curato. Non perde le staffe e, quasi sorridendo, avverte di aver spedito da Berlino a Mosca l’ultimo aggiornamento. Ma sa che è una finzione: i russi non concederanno il “cessate il fuoco” se non dopo la resa militare ucraina, e vogliono che gli ucraini sgombrino anche le parti del Donbass che resiste più una delle cosiddette repubbliche autoproclamate. Quando il messaggio è arrivato al Cremlino, il plico lo ha aperto Peskov, che lo ha scorso rapidamente: il presidente ucraino stavolta si dichiara pronto a cedere il Donbass previo referendum. Peskov, che è un uomo sarcastico humor nero, ha sorriso e ha risposto che il Donbass è già stato annesso alla Federazione russa e quindi è già russo. E non si terrà alcun referendum nella patria russa.

Secondo l’analista ucraina Katya Nesterenko, quello di Berlino è stato un incontro importante perché ha rappresentato un format diplomatico complesso per chiarire bene tutte le posizioni di Ucraina, Stati Uniti, Nato e i principali partner europei. A Berlino, insomma, non si trattava di negoziati di pace nel senso classico, perché la Federazione russa non era presente. È stato invece un confronto tra l’Ucraina e l’Occidente sulle condizioni per un futuro dialogo con Mosca: l’obiettivo di Berlino non era la pace, ma definire le condizioni minime indispensabili per poter aprire la grande conferenza internazionale. Ed è questo il motivo per cui il Guardian ha definito l’incontro di Berlino “decisivo: se mettiamo da parte l’emotività, è decisivo non perché domani si arriverà alla pace ma perché sta cambiando il tono della discussione. Se prima la domanda principale era come aiutare l’Ucraina, ora la domanda è quale sistema di sicurezza mettere in piedi dopo la guerra”. Eppure la guerra non solo non è finita, ma non dà alcun cenno di finire: il numero dei morti varia fra uno e tre milioni, i russi si arrendono e hanno la faccia stanca, in attesa di essere avviati ai campi in cui si selezionano i prigionieri da scambiare. Ritualmente quasi ogni mese.

Il tema formale di Berlino è stato quello della sicurezza, un tema che per l’Ucraina è semplice ma anche insolubile. Zelensky a Berlino ha quasi gridato, con l’emozione negli occhi, che l’Ucraina non ha bisogno di una pace simbolica ma che possa durare: se la guerra si ferma oggi per poi ricominciare fra due anni, questa non è una soluzione. Gli Stati Uniti promettono con riluttanza (e molti grovigli) di dipanare la matassa nel peggior scenario possibile: quello in cui l’Europa o alcune nazioni europee decidessero di intervenire militarmente per difendere l’Ucraina. Non sono emersi passi avanti. Non si è parlato nemmeno di concessioni territoriali da parte dell’Ucraina, e questo è forse uno dei risultati di cui si parla di meno perché nessuno ha voglia di dire quanto è disposto a pagare per la pace, ma almeno è stato disegnato il groviglio di “se” e di “ma”. Trump e la sua Amministrazione camminano fra i cristalli sulle punte dei piedi: Trump si trova di fronte a un elettorato diviso fra opinione pubblica dei Maga non interventisti, i repubblicani GOP che vorrebbero dare una lezione ai russi e i democratici, alla ricerca di un’identità e di un leader, che si sentono più scomodi e incerti che mai.

La posizione ucraina è intransigente ma chiara: la pace non può significare la legalizzazione dell’occupazione, e non è una questione solo ucraina perché diventa un problema per tutta l’Europa. Poi c’è la questione dei beni russi congelati a Berlino, e naturalmente si è discusso della possibilità di utilizzare questi fondi per sostenere l’Ucraina nel caso si stabilisca in modo legale chi debba pagare per la ricostruzione. Gli Stati Uniti vogliono la pace purché sia gestibile. L’Europa vuole la pace senza correre rischi. La Russia finge che il tempo giochi a suo favore. Tutto è in moto e tutto è fermo, salvo la velocità degli spostamenti di Zelensky, che ha di fatto inaugurato informalmente la sua stessa campagna elettorale se le elezioni si dovessero tenere entro cento giorni dopo gli accordi e se vorrà candidarsi. In questo caso, deve agire velocemente e far dimenticare lo scandalo delle corruzioni e puntare sul tema che sta più a cuore a ogni ucraino: la gelosa conservazione del territorio contro l’annessione russa.

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Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.