L'ora più buia per l'Europa
Altro che Nobel, Trump mette l’Ucraina spalle al muro e merita il premio Chamberlain così come i politici italiani filo-russi: ma le democrazie hanno ancora carte da giocare
Scrivo queste righe guardandomi indietro. Ma senza la pretesa di concludere alcunché. I mesi alle nostre spalle sono essi stessi non conclusi, rendono difficile il giudizio, ingenue le previsioni. Tutto quanto ci circonda appare fluido come forse non è mai accaduto da un secolo a questa parte. Impossibile mutilarlo con la lama del pessimismo oppure dell’ottimismo. “Il mondo globale diventa sempre più un enigma”, ha scritto Biagio de Giovanni, e “la stessa globalizzazione sembra spingere ora verso la neutralizzazione dei contrasti e un potenziale nuovo cosmopolitismo, ora verso il ritorno della violenza e della guerra”.
Trump e il tradimento degli ucraini
Prendiamo la cronaca. Lasciamoci guidare dallo scandalo. Da quello che è senza alcun dubbio lo scandaloso Trump. Anche il New York Times, alla fine, se n’è convinto: il tycoon della Casa Bianca merita un premio, ma non il Premio Nobel per la Pace, gli si dia piuttosto il Premio Chamberlain, propone il foglio americano. Si dia una medaglia alla sua decisione di imporre alla piccola Ucraina il diktat del gigante russo. Si premi il tradimento degli ucraini, come quello di Chamberlain fu il tradimento dei cechi. Perché questo sta accadendo: dopo quattro anni di massacro, Kiev è con le spalle al muro. Prendere o lasciare. La meravigliosa resistenza di un popolo rischia di diventare cenere.
L’ora più buia per l’Europa
È l’ora più buia per l’Ucraina, titolano i giornali. Ma si dovrebbe dire che è l’ora più buia per l’Europa. Perché, di fronte alla concreta minaccia dell’imperialismo di Mosca, il Vecchio Continente non viene neppure invitato al tavolo dei Grandi. Non lo vuole Putin. Non lo vuole Trump. Tragica analogia con il 1938 di Monaco. Oggi come allora le democrazie europee rinunciano a giocare la propria forza economica, militare e, sì, culturale. Oggi più di allora l’Europa rinuncia a comportarsi come una grande potenza che non abbia paura di tener testa a un avversario armato come Putin, a un competitore aggressivo come Trump. Che non abbia paura di essere una grande potenza. Sembra impossibile. L’Unione resta profondamente divisa, i suoi popoli continuano a preferire una “pace comunque” alla dispendiosa costruzione della sicurezza politica e militare. Lo si vede a occhio nudo anche nella piccola Italia, i cui partiti sono infiltrati da posizioni filo-russe, il cui governo a stento ci convincerà a fare qualche sacrificio per la difesa, la cui opinione pubblica non si è mai commossa per i bambini di Bucha. Forse un Premio Chamberlain lo meriterebbero anche Conte, Salvini, Landini, Bonelli e poi tutta la schiera dei gazzettieri che ogni giorno strizzano l’occhio allo Zar.
Attenzione, tuttavia, a celebrare il requiem del mondo nel quale viviamo, dell’Europa, dell’Occidente. Le radici sono vita, sono difficili da troncare di netto, sono piuttosto da difendere. Anche le radici che ci legano all’America di Trump, allo storico partner diventato ostile. Arduo farne a meno. Con l’appoggio di Biden, del resto, Kiev ha resistito per oltre tre anni al gigante russo. Con l’appeasement di Trump, rischia di perdere la guerra, mentre la frontiera orientale dell’Europa è a rischio. Un messaggio allarmante – oltre che per Zelensky – per i governi dei Ventisette, che restano ventisette governi. E non meno allarmante per quelle opinioni pubbliche che sottovalutano la gravità della rottura transatlantica. Che sembrano non capire.
Usa-Europa, destino irrinunciabile nonostante Trump
Agli occhi di intere generazioni (i vecchi lo ricordano bene, i vecchi c’erano), l’America è stata spesso il Leviatano contro cui battersi nelle piazze, il gendarme imperialista, il simbolo dello sfruttamento capitalistico. E tuttavia è fin troppo facile capire come, senza l’America, il nostro passato sarebbe stato assai diverso da com’è stato, certo non migliore. E come il futuro delle nostre democrazie liberali diventerebbe pericolosamente fragile. Forse è venuto il momento di dirsi e di ripetersi (ma l’abbiamo sempre saputo) che le due sponde dell’Atlantico sono legate da un destino comune irrinunciabile. Malgrado Trump, malgrado il MAGA. Un patrimonio ideale e materiale che ci apparenta, americani ed europei. Era la libertà dei Padri Fondatori. È la democrazia, oggi.
Certo, la democrazia non è un pranzo di gala. È un processo faticoso, mai concluso, spesso conflittuale. Ma in democrazia non c’è leader per quanto autoritario, non c’è emergenza per quanto estrema che possa metterla a tacere. Anche il tycoon che sfida quotidianamente i checks and balances di Madison, anche Trump deve vedersela con le ordinanze delle Corti federali, con i voti del Congresso, con i media. Anche Netanyahu, mentre combatteva i terroristi di Hamas e di Hezbollah, ha dovuto presentarsi davanti ai giudici di Tel Aviv che lo accusavano di aver ricevuto sigari e champagne in cambio di favori politici. Perfino Zelensky, nel bel mezzo dei bombardamenti russi, deve affrontare le agenzie anti-corruzione che hanno messo alla sbarra i suoi più stretti collaboratori. Nulla di tutto ciò accade nei regimi autoritari. Khatami, Putin, Xi sono liberi dalle catene della democrazia. Il che non certifica, peraltro, la superiorità delle dittature. È la stessa esperienza storica che smentisce un simile pessimismo. Le democrazie sono sempre state capaci di attivare potenti forze intellettuali, morali e materiali. Alla lunga, cioè, hanno sempre vinto loro. Le profezie di Spengler non si sono realizzate. Ma una cosa è necessaria, è forse la più necessaria. Che l’Occidente torni ad amare sé stesso. Solo allora “ci sarà da mangiare e luce tutto l’anno”.
© Riproduzione riservata







