L'intervista
Automobili, Carollo: “La crisi del settore si sente. Da Bruxelles scelta ragionevole sui biocarburanti, l’Italia può trarne vantaggio”
Ex dirigente Eni, oggi analista e trader esperto in materia di petrolio e gas, Salvatore Carollo promuove l’ultima revisione europea in materia di auto. Una spinta propulsiva per biocarburanti e nuove fonti sostenibili di energia, che l’Italia dovrà sfruttare attraverso una visione tecnologica strategica.
Al 2035 si potrà produrre ancora 10% di veicoli a combustione con il vincolo di usare acciaio verde e alimentati a benzine non inquinanti. Se alcuni osservatori sollevano dubbi sugli effetti salvifici delle nuove regole per il comparto automotive europeo, possiamo sperare che si aprano interessanti prospettive per il mercato dei biocarburanti in Europa?
«La decisione di Bruxelles non risolve definitivamente il problema della crisi dell’industria automobilistica, ma consente al sistema di rimettersi sui binari della ragionevolezza ritornando ad una visione più pragmatica del binomio energia-ambiente. Dopo questo primo passo, prepariamoci ad ulteriori aggiustamenti», riconosce Salvatore Carollo, analista di trading energetico».
Abbiamo bioraffinerie in Italia?
«Eni ha chiuso parzialmente tre raffinerie tradizionali di petrolio (Venezia, Gela, Livorno), lasciando però in vita circa il 10% degli impianti, in modo da poter produrre e vendere circa 1 milione di tonn/anno di bio-gasolio HVG (Hydrotreated Vegetable Gasoil), partendo da biomasse vegetali. Entro il 2035 questa produzione dovrebbe aumentare ad almeno 10 milioni di tonn/anno».

Siamo in grado di soddisfare l’aumento della domanda di biocarburanti?
«Anche se l’Italia dispone di diverse tecnologie per la produzione di biocarburanti, che ci rendono leader in Europa, dovremo affrontare con grande urgenza due distinte problematiche. La costruzione degli impianti industriali, che può essere realizzate presso le raffinerie petrolifere esistenti, in modo da utilizzare le infrastrutture logistiche (porti, pipeline, collegamenti alla distribuzione…). L’approvvigionamento costante delle quantità di biomasse necessarie, che implicherà rapporti di collaborazione con il mondo agricolo in Italia e, possibilmente, nel continente africano. La decisione europea avviene in una fase ideale del mercato petrolifero internazionale, perché caratterizzata da buoni margini di raffinazione che potrebbero garantire il ritorno degli investimenti. Dovrebbe essere accompagnata da misure di sostegno agli imprenditori (misure fiscali, piani di ammortamento favorevoli, certezze nei riferimenti di politica energetica…), che consentano una radicale inversione della tendenza all’abbandono, vendita o chiusura degli impianti».
La decisione di Bruxelles porta ad accelerare la produzione di carburanti verdi anche per navi e aerei settori hard-to-abate?
«La svolta sui biocombustibili potrà dare impulso all’industrializzazione di diverse tecnologie ormai sperimentate che potrebbero consentirci in tempi ragionevoli di disporre di SAF (Sustainable Aviation Fuel) in quantità sufficienti. Tempi e volumi dei prodotti dipenderanno dalla tempestività e dalle risorse investite. Lo stesso può avvenire per il bunker per il trasporto navale, probabilmente valorizzando la tecnologia del Waste to Fuel, già applicata in alcune realtà. Siamo di fronte ad un caso fortunato, nel quale, il nostro Paese dispone (ancora!) di tecnologie, di professionalità qualificate e di siti industriali in cui intervenire. Sarebbe un delitto far cadere questa potenzialità e presentarsi perdenti alle varie scadenze e costretti solo a chiedere rinvii all’Europa».
Risorge l’idea visionaria di Raul Gardini che negli anni ‘80 provò a integrare agricoltura e chimica (Ferruzzi-Montedison), con l’obiettivo di creare alternative ecologiche ai combustibili fossili?
«Quando Gardini elaborò la sua strategia, i tempi non erano maturi. L’Italia stava facendo i conti con una strutturale crisi della raffinazione che imponeva la chiusura di quasi il 50% della capacità. L’immissione di biocombustibili sul mercato avrebbe reso ancora più ingovernabile la crisi. La sua visione era corretta. Oggi andrebbe ripresa e valorizzata, soprattutto per quanto riguarda il progetto integrato fra agricoltura ed industria energetica, che rimangono due mondi separati e non riescono a realizzare sinergie di sostegno reciproco di carattere strategico. Non solo. In questa visione occorrerebbe includere la partecipazione di importanti realtà del continente africano, rileggendo in un contesto più ampio e tecnologico il cosiddetto Piano Mattei, creando sinergie di sistema fra la raffinazione nel Mediterraneo e quello del continente africano e coinvolgendo su questo l’Europa. Non possiamo limitarci alla difesa dell’ambiente solo nel nostro francobollo europeo».
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