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E se fosse il momento dell’Europa?

Consulente aziendale, appassionato di politica estera
E se fosse il momento dell’Europa?

La Commissione europea, ha scritto poco fa su Twitter il commissario agli affari economici Paolo Gentiloni, «propone un Fondo di Recovery da 750 miliardi che si aggiunge agli strumenti comuni già varati. Una svolta europea per fronteggiare una crisi senza precedenti».

L’ammontare del nuovo Fondo per la Ripresa è di 750 miliardi di euro: 500 miliardi in sussidi a fondo perduto e 250 miliardi in prestiti. Per l’Italia il pacchetto ammonta a 172,7 miliardi di euro: 81 miliardi sarebbero versati come aiuti a fondo perduto e 91 miliardi come prestiti.

Ma la svolta, la vera novità storica, è che il nuovo Fondo per la Ripresa verrà finanziato da obbligazioni della Commissione europea. Si affidano, cioè,  all’esecutivo comunitario, poteri di finanziamento finora riservati a due istituzioni finanziarie con obiettivi specifici: la Banca europea degli investimenti e il Meccanismo europeo di Stabilità.

Insomma, con la proposta di Ursula von der Leyen (che ricalca quella presentata la settimana scorsa da Angela Merkel ed Emmanuel Macron in una riedizione dello storico asse franco-tedesco che ha di fatto sbloccato l’impasse della trattativa sulle risposte comunitarie alla crisi), le prospettive dell’Unione europea potrebbero davvero cambiare.

Al punto che verrebbe da chiedersi: «E se fosse il momento dell’Europa?». Qualche giorno fa, il direttore editoriale di Le Monde, Sylvie Kauffmann, in un intervento sul New York Times ha infatti osservato che l’Europa sta iniziando a carburare. La proposta franco-tedesca di consentire alla Commissione europea (e non alla Banca centrale europea) di prestare denaro per finanziare gli sforzi di recupero dopo il Covid-19 è una proposta ardita, ha scritto la giornalista francese, ma quel che più conta è che sembra sia sorta «un nuova comunione d’intenti europea».

Dopo l’arrivo del virus, gli europei sono rimasti bloccati finché non è arrivato il momento di uscire. «Poi si sono guardati attorno. Quelli che in un primo momento erano in soggezione di fronte all’efficienza della Cina nel trattare la malattia… sono stati messi a tacere dalla grossolana offensiva propagandistica di Pechino e dal rifiuto di gettare luce sulle origini del virus», ha scritto Kauffmann. Anche il panorama che si intravede ad Ovest depone a favore di un «modello europeo»: «Mentre milioni di lavoratori americani hanno presentato domanda di indennità di disoccupazione, le cinque più grandi economie europee – Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia e Spagna – hanno adottato tutte misure tempestive per proteggere i lavoratori dai licenziamenti… Il big government è tornato, e gli europei non hanno remore al riguardo. Questa crisi ha scosso molte credenze e ha aperto molte strade alla ricerca di un mondo migliore, ma anche rafforzato la fede in un elemento essenziale dell’identità europea: la rete di sicurezza che ci si aspetta che lo Stato fornisca ai suoi cittadini. I francesi hanno avuto soltanto parole di elogio per i propri ospedali pubblici i quali, nonostante i moniti ansiosi all’inizio, hanno resistito bene sotto una pressione tremenda. Il welfare state ha dimostrato di valere la spesa: al punto che la maggior parte degli economisti si aspettano che i governi europei in futuro stanzino ancora più soldi per i loro sistemi sanitari».

Va da sé che per l’Italia è un’occasione fondamentale per tornare su un sentiero di crescita. Un’occasione da non sprecare. Il punto ora è come si investe. Ma se fosse quello europeo «il governo del cambiamento»?

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