BLOG

Il Covid-19, terreno fertile per i complottisti

Consulente aziendale, appassionato di politica estera
Il Covid-19, terreno fertile per i complottisti

Di questi tempi, si sa, le teorie del complotto furoreggiano. La presidenza di Donald Trump, del resto, ne ha dispensate a piene mani. Lo ha documentato, di recente, Fareed Zakaria nel corso di Gps (Global Public Square), una delle trasmissioni oggi più popolari della Cnn, ricordando preoccupato che «uno degli insegnamenti più importanti dell’America al mondo» riguarda «il trasferimento pacifico del potere politico» e che è proprio «questa eredità preziosa che il presidente Trump sta mettendo a rischio con il suo allarmismo complottista sulle elezioni truccate».

Ovviamente, le teorie del complotto hanno, da tempo, attraversato l’Atlantico. Katrin Bennhold ha scritto sul New York Times che QAnon (una teoria del complotto di estrema destra secondo la quale Trump avrebbe accettato di diventare presidente per combattere una lotta senza quartiere contro un governo mondiale occulto di pedofili satanisti) e altre idee cospirative stanno pendendo piede in Germania. La comunità tedesca di QAnon, spiega
Bennhold, «a stento presente quando è scoppiata la pandemia a marzo, oggi è probabilmente la più grande fuori dagli Stati Uniti assieme a quella inglese, dicono gli analisti che tengono sotto controllo i suoi canali online più popolari». E come negli Stati Uniti, anche in Germania, Trump è diventato «una sorta di redentore per l’estrema destra tedesca». Tra questi gruppi estremisti non ci sono però solo i movimenti di estrema destra e neo-nazisti di vecchia data, ma ci sono, appunto, «anche i seguaci di QAnon, la teoria del complotto molto popolare tra alcuni dei supporter di Trump in America che lo acclama come un eroe e un liberatore».

Non per caso, nel più recente episodio del podcast Minefield della Australian Broadcasting Corporation (la principale società pubblica di diffusione radio-televisiva australiana), che analizza i dilemmi di natura etica del momento, il conduttore, Scott Stephens, ha discusso con Joshua Roose della Deakin University sul perché il Covid-19, in particolare, sembra prestarsi alle teorie del complotto così facilmente.

Come ha osservato Stephen introducendo la discussione, si potrebbe inquadrare la reazione della popolazione australiana al Covid-19 nei termini ben noti delle «cinque fasi del dolore» descritti, nel 1969, dalla psichiatra svizzera Elizabeth Kübler-Ross (diniego, rabbia, contrattazione, depressione, accettazione); stavolta in senso inverso. Le misure dei governi statali e di quello federale per arginare la diffusione del virus all’inizio hanno, infatti, incontrato un’ampio gradimento. Mentre il lockdown, il distanziamento sociale, la chiusura delle scuole e le conseguenze emotive dell’isolamento si protraevano nel tempo, l’accettazione si è poi trasformata in una specie di depressione e nella disponibilità a giungere a compromessi per permettere, almeno ad alcuni aspetti della vita di ogni giorno, di tornare alla normalità (il che ha rappresentato la «fase di negoziazione»). Tuttavia, man mano che città come Melbourne e alcune zone di Sidney si sono ritrovate, di nuovo, improvvisamente catapultate nel lockdown, abbiamo assistito ad una esplosione di rabbia e infine al rifiuto totale, al negazionismo.

I periodi di crisi sono sempre terreno fertile per le teorie cospirative. Ma la pandemia da Covid-19 si è rivelata particolarmente propizia per quanti sono intenti a scovare le tracce di un perfido complotto o di un piano perverso sia dietro all’emergenza pandemia sia dietro alla reazione politica (dalle mascherine obbligatorie alle restrizioni ai movimenti, dalla tecnologia di tracciamento alla produzione del vaccino).

Ma cos’è che rende queste congiure così affascinanti e suggestive e adesso, a quanto pare, così diffuse? Fino a che punto hanno a che fare con una più ampia cultura, con un atteggiamento, che tende a diffondersi, di sfiducia nei confronti degli altri e di sospetto reciproco? Parecchio, sembra.

Nel corso della discussione, mentre discutevano della reazione della società australiana alla pandemia, paragonandola alla «fase della negazione» descritta dal modello Kübler-Ross, Stephens e Roose hanno anche sottolineato che la pandemia si è verificata in corrispondenza di una, apparentemente inarrestabile, perdita di fiducia sociale; di un declino altrettanto inarrestabile nella affiliazione religiosa; di un tracollo tale di quella che un tempo è stata la realtà «condivisa», basata sui fatti, che ormai, come nei fumetti, inesistenti «supercattivi» votati al male, frutto della fantasia più sfrenata, sono diventati il facile capro espiatorio per quanti si sentono ai margini del mondo di oggi.

Contenuti sponsorizzati

Commenti


SCOPRI TUTTI GLI AUTORI