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Lo zig-zag di Calenda porta alle dimissioni di Letta dopo le elezioni

Insegnante, giornalista e scrittore
Lo zig-zag di Calenda porta alle dimissioni di Letta dopo le elezioni

Lo scorso 1° agosto avevo scritto che Carlo Calenda avrebbe compiuto la scelta peggiore per Azione: avrebbe rotto con Letta e il PD, ma anche con Emma Bonino e Più Europa. Solo, io immaginavo una tempistica assai diversa, anziché di questo controproducente zig-zagare.

Il capitale politico di Calenda è ridotto ora al minimo
Allora immaginavo almeno la costruzione di un polo libdem di Centro con Italia Viva. Oggi non mi pronuncio: il capitale di credibilità di Calenda è ridotto al minimo dopo aver siglato un patto e averlo rotto nel giro di una settimana, e penso che sia ormai chiaro ai più che Calenda è un parvenu della politica, e che il livello della sua amatorialità, della sua impoliticità è tale per cui questa carriera non può essere la sua.
Fossi in lui, siccome “pacta sunt servanda” è un principio base della politica e del diritto sin dai tempi dell’Antica Roma rinforzato dagli scritti fondamentali di Ugo Grozio, Hobbes, Locke, del contrattualismo e del giusnaturalismo, darei le dimissioni da leader di Azione, sosterrei come sostituto un bravo politico ed ex ministro come Enrico Costa, e poi farei federare Azione a Italia Viva, candidando a leader l’attuale ministra Elena Bonetti.

Calenda ha scoperto che nel PD convivono almeno due linee
Nella puntata di Mezz’ora in più in cui il leader di Azione (ma per quanto, ancora?) ha fatto sapere al Paese che rompe l’alleanza con Letta sono venuti fuori alcuni punti da analizzare. Anzitutto Calenda ha scoperto che dentro al PD convivono due linee politiche antitetiche: quella d’opposizione, che sa di perdere le prossime elezioni e quindi vuole costruire un CLN anti-Meloni basato non già sui programmi ma solo sui numeri. Non si capisce però perché tener fuori il M5S o Italia Viva, ma anche gli stessi Fratelli d’Italia: se il programma politico non conta, e si guarda solo ai numeri… Poi c’è la linea di chi spera di vincere le elezioni, e dunque vorrebbe una coalizione coesa attorno all’Agenda Draghi. In questo caso, si sarebbe dovuto partire da un’alleanza fra il PD e Italia Viva, visto che proprio Renzi fu il king maker di Draghi e del suo ottimo governo. Calenda dice di aver capito che Letta ha scelto la linea del CLN, cosa che a lui non sta bene.

Lo sfottò che lo ha ferito
Il secondo aspetto che risalta è quando Calenda ha fatto riferimento riferimento, durante l’intervista, alla frase di Fratoianni “L’agenda draghi non c’è, Calenda se la vada a comprare in cartoleria”. Uno sfottò come tanti, ma evidentemente è una frase che lo ha ferito mortalmente. Per questo Calenda non può far politica: non regge critiche, attacchi, sfottò, e sì che in questo caso si trattava di uno sfottò davvero leggero.

Il più breve patto elettorale della Storia
Pochi minuti dopo aver siglato il più breve patto di coalizione della storia della Repubblica con Letta, Calenda si è infatti trovato a fare i conti con migliaia di iscritti e simpatizzanti sui social che lo hanno criticato e contestato, annunciando il loro voto per Italia Viva. Ci sono state anche delle dimissioni dal partito, come quella dell’avvocato Giuseppe Benedetto, della Fondazione Einaudi. Tutto ciò ha creato in Calenda un fortissimo stress, perché l’uomo non è abituato a gestire il dissenso, le critiche, le contestazioni e la riprova la si ha nelle migliaia di suoi stessi elettori che Calenda ha bloccato sui social, rei di averlo non osannato.

La risposta dura di Letta
Nello studio della Rai, Calenda è infatti apparso oltre modo provato, forse consapevole dello zig-zagare della sua linea politica. Letta non ha potuto far altro che twittare in modo duro:

Il PD subisce una linea politica non scelta
Il motivo di questa durezza è nel fatto che la leadership dello stesso Letta subisce un colpo durissimo da questo distacco di Azione. Ora il PD si trova senza M5S e senza Azione, oltre ad aver allontanato Italia Viva. Quindi il PD correrà quasi da solo, alleato solo alla sua sinistra con partiti minori, ma questo sarà il risultato non di una scelta di Letta e della segreteria, quanto delle conseguenze impreviste, e un po’ pazze, del modo in cui Letta ha gestito la partita della coalizione.
E’ presumibile che le elezioni del 25 settembre vedranno dunque il PD nella coalizione che perderà. A quel punto, Enrico Letta dovrà presentare sacrosante dimissioni perché avrà perso male e portato il partito ad affidarsi a due leader inaffidabili, due parvenu della politica: Giuseppe Conte e Carlo Calenda.